Ma quale Lombardia hanno in testa?

Vi segnliamo l’editoriale della newsletter del Gruppo PD

giuntaI tagli ai costi della politica lombarda sono legge. Si poteva fare di più? Certamente sì, ma non dimentichiamo l’antica massima, spesso il meglio è nemico del bene, che coglie quasi sempre nel segno. Come ogni legge, anche quella che taglia stipendi dei consiglieri e fondi a disposizione dei gruppi è frutto di una mediazione che ha coinvolto tutti i gruppi consiliari, eccezion fatta per il Movimento 5 Stelle che ha scelto di tenersi le mani libere. Il risultato finale recepisce quanto previsto dalle norme nazionali che, come purtroppo è accaduto a più riprese negli ultimi tempi, scaricano su regioni ed enti locali l’onere di garantire risparmi crescenti. Che qualcuno abbia in passato approfittato del suo ruolo è fuori discussione, ma da lì a trasformare le regioni in simboli dello spreco assoluto c’è una bella differenza. Il regionalismo e la valorizzazione dell’autonomia hanno scritto pagine importanti nella storia dell’Italia contemporanea e non vanno sacrificate sull’altare di un rinnovato centralismo truccato da pseudo-federalismo. Come Pd siamo convinti che il cammino verso una struttura regionale più trasparente e meno costosa non si sia concluso con la legge appena approvata, ma richieda ancora vari adempimenti tutt’altro che formali, a partire da un’operazione di verifica e diminuzione dei costi della Giunta e da un ritocco ai vitalizi dei vecchi consiglieri, che scontano l’applicazione di normative stratificate negli anni e, spesso, poco sostenibili economicamente.
Tra non molto scadranno i primi 100 giorni dell’amministrazione Maroni. La sensazione è che il primo governo a marchio leghista della storia lombarda fatichi a carburare. I provvedimenti varati fin qui hanno il sapore dell’ordinaria amministrazione, dell’adempimento di obblighi derivanti da scelte altrui e dell’affermazione di linee programmatiche ancora tutte da verificare a livello di concretezza e fattibilità. Maroni ha scelto una linea di dialogo e apertura (fin qui più affermata che praticata) alle minoranze, nella consapevolezza che la stagione dell’arroganza formigoniana aveva già creato troppi guasti. Nei palazzi della regione si respira però un’aria mista di attesa e sospensione. Più che di partenza lanciata per una nuova era della Lombardia ci pare di cogliere i segni di un lungo rodaggio che non ha ancora avuto termine. Il nuovo pilota e i suoi collaboratori stanno probabilmente ancora prendendo confidenza con la macchina, evitando di sottoporla ad accelerazioni o strappi eccessivi. Le leggi della meccanica e della termodinamica ci dicono però come ogni motore deve essere fatto funzionare ai regimi corretti perché, a forza di tenerlo al minimo, prima o poi rischia di imballarsi, di battere in testa e, di sicuro, di non offrire tutte le prestazioni per cui è stato progettato. La Lombardia maroniana ci sembra non sfugga a questo rischio e non abbia una meta chiara e condivisa verso cui dirigersi con determinazione. Lo dimostra anche il Piano Regionale di Sviluppo, un documento programmatico generico e vago, che fatica a indicare una visione convincente di Lombardia.
L’inizio laborioso del cammino della Lombardia maroniana è testimoniato anche dalla comparsa su vari quotidiani di inserzioni pubblicitarie che tentano di certificare il mantenimento delle promesse e la rilevanza di quanto fatto in questi primi tre mesi. Se la bontà di quanto fatto nei primi 100 giorni deve essere spiegata attraverso annunci a pagamento, forse anche a Palazzo Lombardia ci si è accorti che i cittadini lombardi guardano già al governo lombardo con un po’ di perplessità e sembrano chiedere a Maroni: “beh, tutta qui la Lombardia che avevi in testa?

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