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Pd: Agenda 2012 per lo sviluppo e la coesione

AGENDA 2012 PER LO SVILUPPO E LA COESIONE DEL TERRITORIO BERGAMASCO

La nostra iniziativa.

Il gruppo consigliare del Partito democratico ha presentato un documento e un relativo ordine del giorno finalizzato a promuovere e sostenere politiche di sviluppo per la provincia bergamasca. Lo abbiamo denominato “Agenda 2012 per lo sviluppo e la coesione del territorio bergamasco”.

Si tratta di un’agenda di impegni e priorità che proponiamo non solo al Consiglio provinciale, ma anche e soprattutto alle forze sociali, economiche, politiche e, più in generale, alle organizzazioni della società civile bergamasca, convinti che è ora e tempo di “darsi una mossa” nell’affrontare la crisi economica che tuttora interessa il sistema socio-economico della nostra provincia. Riteniamo con questa iniziativa di rispondere positivamente alle numerose sollecitazioni che le diverse realtà territoriali pongono alle forze politiche chiedendo che venga messa in campo una “visione di futuro” capace di orientare le scelte degli attori territoriali. Si tratta di proposte che hanno un “carattere aperto” e che invieremo a tutti richiedendo pareri, critiche e integrazioni. Questo percorso ci porterà al convegno programmato per il 12 novembre nel quale tireremo le somme di questo lavoro che ci auguriamo possa rappresentare una piattaforma di confronto con quanti hanno a cuore il futuro della bergamasca e uno stimolo positivo all’attuale maggioranza che governa la provincia i cui limiti sono ormai palesi. Continua a leggere

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Finanza locale e quali prospettive del welfare – Intervento di Antonio Misiani – Commissione bicamerale per il federalismo fiscale

Desidero innanzitutto ringraziare lo Spi-Cgil di Lodi per l’opportunità di partecipare a questo convegno.
Il lavoro di ricerca presentato è di grande utilità sia per conoscere lo stato dell’arte della finanza dei vostri comuni sia per capire quali possono essere le prospettive future in una fase di grande cambiamento.
I numeri descrivono una condizione di difficoltà crescente, che deriva dalla politica anti-federalista promossa dal governo in questi anni. Dal 2008 in avanti gli amministratori locali hanno avuto le mani legate sul versante delle entrate – a causa della cancellazione dell’ICI sulla prima casa, del blocco dell’autonomia impositiva, dei tagli ai trasferimenti – e su quello delle uscite, condizionato da un patto interno di stabilità che sta provocando un vero e proprio crollo degli investimenti degli enti locali.
Secondo i dati del Documento di Economia e Finanza, discusso dal Parlamento poche settimane fa, nel 2010 i pagamenti in conto capitale delle amministrazioni locali sono crollati del 18,6% e questa tendenza è destinata a continuare, mettendo in grave difficoltà il tessuto economico locale. Sono tantissime, infatti, le piccole e medie imprese che lavorano per i comuni e che non vengono pagate per opere pubbliche già realizzate da enti che hanno in cassa milioni e milioni di euro che non possono spendere in virtù delle regole del patto.
Il federalismo fiscale doveva rappresentare una svolta positiva, ma come vedremo finora questo non è accaduto.
Da un punto di vista “quantitativo”, il percorso avviato con l’approvazione della legge 42 del 2009 è a buon punto. La Commissione parlamentare bicamerale ha approvato definitivamente sei decreti legislativi: federalismo demaniale, Roma capitale, fabbisogni standard, federalismo municipale, sanità-regioni-province e interventi speciali. Mancano all’appello temi importanti, ma possiamo dire di essere a circa due terzi del processo attuativo della legge delega. Il governo ha deciso una proroga di sei mesi e il termine della delega è stato posposto a novembre 2011.
Il punto è che dal punto di vista “qualitativo” quanto sta venendo avanti è ben al di sotto delle aspettative e delle necessità. La riforma federalista è debole, non è all’altezza di quanto servirebbe al Paese.
Si conferma una politica che ha scaricato sugli enti locali una parte sproporzionata dello sforzo di risanamento dei conti pubblici, attraverso una manovra fatta di tagli diretti dei trasferimenti erariali e tagli indiretti derivanti dalla riduzione delle risorse per le politiche sociali e dei trasferimenti alle regioni da ritrasferire ai comuni. L’operazione di fiscalizzazione dei trasferimenti viene prevista, dunque, in un quadro di risorse decrescenti.
In un contesto di tagli, è inevitabile che gli spazi di autonomia impositiva faticosamente recuperati dai comuni vengano utilizzati per tentare di recuperare almeno parte dei minori trasferimenti.
Molti sindaci – tra i quali quello di Lodi – non utilizzeranno questa possibilità, ma molti altri saranno costretti a farlo per non ridurre i servizi alle loro comunità locali.
Il risultato sarà una maggiore pressione fiscale complessiva: dal 2011 con l’aumento dell’addizionale Irpef e l’introduzione dell’imposta di soggiorno e dell’imposta di scopo; dal 2014 con la nuova Imposta municipale propria, in tutto e per tutto uguale alla vecchia ICI tranne che per l’aliquota, pari al 7,6 per mille e quindi ad un livello nettamente superiore all’aliquota media ICI (pari a livello nazionale al 6,4 per mille).
Con il federalismo municipale si imposta una manovra di redistribuzione fiscale iniqua ed inefficiente: più tasse su lavoratori e pensionati (per effetto dell’aumento delle addizionali Irpef), più tasse sulle attività produttive (a causa dell’aliquota Imup maggiore di quella ICI), meno tasse sulla rendita immobiliare (che beneficia della cedolare secca dal 2011 e dell’aliquota Imup dimezzata dal 2014).
Terzo punto: la struttura dell’autonomia impositiva riconosciuta agli enti territoriali è piuttosto conservativa rispetto alla situazione attuale. Non c’è alcuna rivoluzione, da questo punto di vista. La vecchia ICI cambia nome e viene ribattezzata Imup, è previsto un intervento di semplificazione delle imposte sui trasferimenti immobiliari, ma nel complesso si conferma l’assetto attuale. Un assetto ben poco federalista, visto che la maggiore imposta comunale è e sarà pagata in prevalenza da soggetti non residenti, indebolendo il principio “pago, vedo, voto” tipico degli ordinamenti federalisti. Il PD proponeva un’operazione più coraggiosa: cancellare l’addizionale comunale Irpef e la Tarsu e sostituirle con una nuova “service tax” su tutti i contribuenti. Ci è stato detto di no, in nome dell’intoccabilità della prima casa e di una logica di conservazione dell’esistente. Ma in questo modo si è persa un’occasione per fare una riforma realmente incisiva.
Quarto, il riequilibrio e la perequazione. E’ un aspetto decisivo della riforma e non riguarda solo gli enti del Mezzogiorno. In Lombardia, con la fiscalizzazione dei trasferimenti erariali, un terzo dei comuni rischia di avere meno risorse di prima. Come verrà fatto il riequilibrio è dunque un aspetto decisivo per la sopravvivenza di tantissimi comuni, in prevalenza piccoli, privi di seconde case e di un mercato immobiliare vivace. Il decreto sul federalismo municipale ha definito dei criteri a maglie larghissime. Ciò spiega almeno in parte le difficoltà per la messa a regime della riforma: si dovrebbe partire già quest’anno, ma la ripartizione del fondo di riequilibrio è ancora ferma al tavolo di confronto tra le rappresentanze dei comuni e il governo.
Ultimo punto, ma non certo ultimo in ordine di importanza. Il federalismo fiscale in salsa Lega e Pdl è del tutto scoordinato dalla riforma delle istituzioni e del sistema fiscale. Il codice delle autonomie è fermo al Senato su un binario morto: di conseguenza, noi stiamo riformando la finanza locale senza aver messo un vero punto fermo su “chi fa che cosa”. E’ come costruire una casa partendo dal tetto invece che dalle fondamenta. Quanto alla riforma fiscale, rimane un annuncio e nulla di più. Si interviene sul sistema fiscale senza avere in mente un disegno complessivo di riforma.

Il federalismo fiscale era e rimane una riforma necessaria: sono troppi gli elementi di irrazionalità presenti nel sistema della finanza territoriale. Ma la sua attuazione lascia parecchio a desiderare: come ho tentato di spiegare, sono molte le cose che non vanno.
Per questo motivo è necessario utilizzare bene i mesi che ci separano dalla scadenza della delega. Bisogna approvare gli ultimi decreti attuativi, ma anche rivedere e correggere quelli già approvati.
In una pessima legislatura come l’attuale, il federalismo fiscale è stato uno dei pochi temi che siamo riusciti a sottrarre allo scontro permanente tra maggioranza e opposizione.
Il clima dialogante e collaborativo della Commissione bicamerale ha permesso di modificare profondamente i testi che via via venivano varati dal governo, in molti casi migliorandoli di molto.
Il risultato complessivo, come ho avuto modo di dire, rimane deludente e insoddisfacente. Ma il federalismo fiscale è una riforma “di sistema” di fondamentale importanza per il futuro delle nostre comunità locali. Per questo, noi intendiamo mantenere il profilo costruttivo di una grande forma riformista che raccoglie fino in fondo la sfida del cambiamento.

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BARBONI-MARTINA (PD): “UN PIANO S.O.S. ANZIANI PER LA PROVINCIA DI BERGAMO”

Gruppo consiliare del Partito Democratico in Regione Lombardia

COMUNICATO STAMPA

BARBONI-MARTINA (PD): “UN PIANO S.O.S. ANZIANI PER LA PROVINCIA DI BERGAMO”

Carovita, pensioni basse, lato assistenziale sempre più difficile da garantire, rette delle RSA sempre più care. E’ questo lo scenario nel quale i sindacati hanno lanciato l’allarme a supporto dei pensionati bergamaschi. “Per questo a partire da settimana prossima abbiamo deciso di incontrare le organizzazioni dei pensionati per provare a delineare una road map – spiegano i consiglieri del Pd Maurizio Martina e Mario Barboni – ossia un vero e proprio piano operativo in soccorso a questa fascia oggi particolarmente debole della popolazione”.

La Regione non può scaricare la non autosufficienza sulle famiglie così come l’incremento del costo delle rette delle RSA non può, secondo il Pd, scaricarsi sugli utenti già sofferenti per la perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni. In provincia di Bergamo di sono 59 RSA (per un tot di 5160 posti) e la retta media annuale a carico delle famiglie è di 20.100 euro, molto più del 50% di quota alberghiera prevista per legge. Nonostante questo ci sono 6492 persone in lista d’attesa.

“Serve un piano per rispondere adeguatamente all’SOS lanciato dai sindacati, il welfare famigliare questa volta non reggerà”. Gli amministratori locali bergamaschi e le associazioni del settore hanno dimostrato grave preoccupazione. A oggi il bilancio regionale prevede un taglio che porterebbe la provincia di Bergamo dai 9 milioni dell’anno scorso ai 4,2 milioni di euro di quest’anno che sarebbero serviti a  garantire la tenuta dei servizi sul territorio. “La Regione ha il dovere di rispondere rapidamente a questo tema rifinanziando il Fondo Sociale regionale almeno a livello di quello dell’anno scorso, cioè 85 milioni di euro per tutta la regione – dicono i consiglieri  – è in questi giorni in discussione in Commissione una proposta di legge nella quale chiediamo, tra l’altro, il rifinanziamento del Fondo per la non Autosufficienza”.

Milano, 10 marzo 2011

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