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I seggi per le primarie nella provincia di Bergamo

Scopri qui, in base al Comune di residenza e alla circoscrizione, qual è il tuo ufficio elettorale e il seggio dove potrai esprimere la tua preferenza alle primarie 2012.

Bergamo – Seggi per le primarie 2012

 

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Il PD scrive a El Pais: “Bergamo non è la Lega”

Il consigliere provinciale PD Matteo Rossi e i consiglieri comunali Elena Carnevali e Sergio Gandi hanno inviato al direttore di El Pais, Javier Moreno, una lettera di risposta all’articolo pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano spagnolo sul comizio tenuto da Bossi ad Albino. (Qui l’Eco di Bergamo riassume il pezzo apparso su El Pais)

Di seguito, la traduzione italiana del testo spedito:

Egregio direttore,

abbiamo letto l’articolo da voi pubblicato nei giorni scorsi dal titolo “La Liga Norte se radicalizza en la oposiciòn” nel quale avete riportato i contenuti del discorso che Umberto Bossi ha tenuto in un Comune del nostro territorio: dagli insulti contro il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle invettive contro l’Europa  condite di parole che rievocano la secessione e di espressioni volgari e propagandistiche.

In questi anni il partito della Lega Nord non ci ha solo abituato a parole irricevibili, ma a quelle ha fatto seguire azioni di governo che non hanno migliorato il benessere dei cittadini né a livello statale né nei territori dove i dirigenti della Lega hanno avuto cariche di governo e ruoli di responsabilità. Pensiamo che di questo gli italiani, soprattutto al nord, se ne siano ormai accorti: troppe le promesse non mantenute, troppa l’ipocrisia di passare all’opposizione del nuovo governo Monti dopo aver portato l’Italia sull’orlo del baratro.

Ma ciò che ci interessa provare a spiegare ai vostri numerosi lettori, non è solo questo. Vogliamo testimoniarvi che la nostra terra è un luogo di arte, bellezza, solidarietà, amicizia. E lo diciamo anche perché non vorremmo che oltre al danno ci venisse riservata anche la beffa di un’immagine internazionale negativa proprio nei mesi in cui si deciderà, tra diverse candidature, la “Capitale europea della cultura”, appuntamento per il quale la nostra città ha tutte le carte in regola per essere scelta.

Vorremmo dirvi che siamo orgogliosi di sentirci parte di un territorio, quello del Comune di Bergamo e della provincia bergamasca, che è fatto di cittadini e di lavoratori sicuramente migliori di chi oggi li governa e lontani dagli stereotipi di razzismo ed egoismo che i dirigenti della Lega vogliono provare a cucirci addosso.

Bergamo non è solo Lega, nel nostro Comune  ad esempio non c’è mai stato un sindaco leghista, ma anche i bergamaschi sono molto più e molto meglio. Oltre ad essere terra di fascino, di arte, di scienza, Bergamo ha un popolo solidale e accogliente. Bergamo è una storia intrecciata a doppio filo con l’unità nazionale alla quale hanno contribuito numerosi giovani che presero parte alla “spedizione dei Mille” di Garibaldi.

Per questo vi invitiamo a venire nella nostra città e a raccontare quello che veramente siamo, al di là del rumore di chi sa solo urlare e distruggere, e per vedere quello che siamo capaci di costruire in positivo, spesso in silenzio e senza clamore, come sanno fare i veri bergamaschi.

Hasta luego.

Matteo Rossi, consigliere provinciale Partito Democratico Bergamo

Elena Carnevali e Sergio Gandi, consiglieri comunali Partito Democratico Bergamo

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Serve un’alleanza con la Bergamo migliore

http://www.youtube.com/watch?v=xAQ5HJcNyNg&feature=player_embedded

BERGAMO — “Prima di ogni alchimia tra partiti, io dico che dobbiamo convincere i delusi dalla politica, chi si astiene, ma soprattutto dobbiamo allearci con la Bergamo migliore”. E’ il messaggio lanciato dal responsabile Enti locali del Pd Matteo Rossi, nella seconda parte dell’intervista rilasciata a Bergamosera.

“Se guardassimo a cosa sta accadendo nella società bergamasca – spiega il consigliere provinciale -, vedremmo che molte delle leadership di quei corpi intermedi che svolgono una funzione reale di cambiamento, dall’associazionismo della piccola e media impresa artigiana e cooperativa passando per i mondi del sapere e dell’università fino alle reti sociali laiche e cattoliche, stanno facendo un discorso pubblico nuovo. Sia perché rompe con un certo corporativismo, ma soprattutto perché supera una certa visione della bergamasca tutta piegata su un sviluppo fatto di meno diritti, scarsa istruzione, tanto lavoro e ancor più consumo del territorio”.

“In molti hanno capito che così non ci si salva e mettono al centro le parole d’ordine della formazione, dell’internazionalizzazione, della qualità, della sussidiarietà di territorio. Io spero e lavoro perché su questi presupposti possa nascere un’alleanza culturale ancor prima che politica tra questa Bergamo migliore che sta mettendo in campo una visione di futuro e un centrosinistra largo, con una forte impronta civica, rinnovato nelle idee e nelle facce. Penso che questo sia necessario soprattutto oggi che Lega e Pdl pare abbiano esaurito la loro funzione storica di rappresentanza rispetto a questi territori”.

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Pd: Agenda 2012 per lo sviluppo e la coesione

AGENDA 2012 PER LO SVILUPPO E LA COESIONE DEL TERRITORIO BERGAMASCO

La nostra iniziativa.

Il gruppo consigliare del Partito democratico ha presentato un documento e un relativo ordine del giorno finalizzato a promuovere e sostenere politiche di sviluppo per la provincia bergamasca. Lo abbiamo denominato “Agenda 2012 per lo sviluppo e la coesione del territorio bergamasco”.

Si tratta di un’agenda di impegni e priorità che proponiamo non solo al Consiglio provinciale, ma anche e soprattutto alle forze sociali, economiche, politiche e, più in generale, alle organizzazioni della società civile bergamasca, convinti che è ora e tempo di “darsi una mossa” nell’affrontare la crisi economica che tuttora interessa il sistema socio-economico della nostra provincia. Riteniamo con questa iniziativa di rispondere positivamente alle numerose sollecitazioni che le diverse realtà territoriali pongono alle forze politiche chiedendo che venga messa in campo una “visione di futuro” capace di orientare le scelte degli attori territoriali. Si tratta di proposte che hanno un “carattere aperto” e che invieremo a tutti richiedendo pareri, critiche e integrazioni. Questo percorso ci porterà al convegno programmato per il 12 novembre nel quale tireremo le somme di questo lavoro che ci auguriamo possa rappresentare una piattaforma di confronto con quanti hanno a cuore il futuro della bergamasca e uno stimolo positivo all’attuale maggioranza che governa la provincia i cui limiti sono ormai palesi. Continua a leggere

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Contro la mafia le battute non servono, anche la Provincia faccia la sua parte

Il Partito Democratico chiede alla Provincia di Bergamo di fare la sua parte per contribuire a tenere alta l’attenzione delle istituzioni e della società civile sul fenomeno delle mafie il Lombardia e a Bergamo.

La proposta è quella contenuta in un ordine del giorno per il Consiglio Provinciale nel quale si chiede la convocazione di una seduta straordinaria aperta agli interventi delle realtà impegnate nel contrasto alle organizzazioni mafiose. Il documento verrà presentato alla conferenza dei capigruppo prima del Consiglio Provinciale dove verrà deciso se trattarlo nella seduta di lunedi 28.

“E’ il momento di dare un segnale forte e condiviso – dichiara Filippo Simonetti, consigliere provinciale Pd. “Il due aprile farà tappa a Bergamo la Carovana Antimafia Internazionale, un importante momento di riflessione e denuncia del fenomeno mafioso nonché di promozione della cultura della legalità che arriva sul nostro territorio proprio a ridosso dell’allarme lanciato dal governatore della Banca d’Italia circa l’avanzamento sul territorio lombardo dell’infiltrazione delle cosche e le preoccupazioni espresse pubblicamente dal Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Treviglio circa la reale possibilità che l’arrivo delle grandi infrastrutture e dei relativi interessi economici che graviteranno sulla bassa bergamasca attirino l’interesse delle organizzazioni mafiose”.

Il Presidente Pirovano in merito alla mafia nella bergamasca aveva affermato di “non aver mai visto una coppola”. Aggiungendo di sentirsi “molto tranquillo perché nei due anni di presidenza posso dire di non aver mai avuto contatti con infiltrazioni di stampo mafioso“. “Forse c’è l’intenzione di fare una pubblicità politica negativa che tende a distorcere la realtà. Ho l’impressione che questa storia della presenza mafiosa spesso venga utilizzata per altri motivi” aveva concluso Pirovano.

“E’ sbagliato minimizzare, su questi temi non si può proprio scherzare, perché le mafie uccidono la democrazia, l’economia e la cultura della legalità della nostra terra – dichiara il consigliere provinciale Pd Matteo Rossi –  ed è un fatto oggettivo che le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso tra il 2004 e il 2009 si siano concentrate soprattutto nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. Un Consiglio Provinciale straordinario dedicato alla trattazione di questi temi al quale invitare a partecipare i rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati e delle associazioni impegnate sui temi della legalità rappresenterebbe un momento di forte attenzione istituzionale. L’esito positivo del Consiglio regionale straordinario che ha approvato in modo bipartisan il provvedimento sull’educazione alla legalità ci porta a sperare che anche a Bergamo si possa trovare la stessa disponibilità”.

Riportiamo di seguito l’intervista a Rocco Artifoni di Libera Bergamo che rappresenta a nostro avviso un contributo utile a capire il radicamento delle mafie sul territorio bergamasco.

“Ma quali infiltrazioni, a Bergamo ormai c’è una vera e propria presenza mafiosa. E’ positivo che la dichiarazione di Mario Draghi abbia avuto una grande risonanza mediatica, perché la consapevolezza su quello che accade in provincia è troppo scarsa”.
Così Rocco Artifoni, esponente del Coordinamento bergamasco di Libera, commenta su Affaritaliani.it i dati – diffusi dal governatore di Bankitalia – che indicano Bergamo come città lombarda più colpita dalla mafia dopo Milano. Fra il 2004 e il 2009 le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso si sono infatti concentrate per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia.

Artifoni denuncia: “L’idea di infiltrazione implica un tessuto buono che viene contaminato da un virus, invece qui ci sono parti di territorio in mano alle cosche mafiose”. E così snocciola una lunga serie di episodi che dimostrano come di campanelli d’allarme ce ne siano stati parecchi nel corso degli anni. A partire da tempi lontani: nel maggio 1990, per esempio, in un casolare di Rota Imagna fu scoperta la prima raffineria di eroina del Nord Italia gestita dalla camorra.

Altri episodi sono legati alla costruzione della quarta corsia dell’autostrada A4 Milano-Bergamo e i cantieri lombardi dell’Alta Velocità ferroviaria. “Bergamaschi e calabresi hanno collaborato nel truccare le carta per aggirare i controlli antimafia”. E ancora, una serie di omicidi che sanno di stampo mafioso-camorristico. “Nel 2007 un collaboratore di giustizia di Castelli Calepio, arrestato per droga, fu ucciso con tre proiettili all’addome mentre rientrava al carcere, secondo il regime di semilibertà. Pochi mesi dopo fu ammazzato anche l’uomo che lo accompagnava, testimone scomodo del delitto”. Nel novembre 2009 – aggiunge Artifoni – un imprenditore edile di origine campana, da una ventina di anni residente nella bergamasca, è stato ucciso con quattro colpi di pistola davanti allo stadio di San Siro a Milano in pieno giorno: era coinvolto e indagato in un’inchiesta della Direzione Investigativa Antimafia, che aveva consentito di smantellare un’organizzazione della ‘ndrangheta lombarda.

Il 12 maggio 2010 ad Almenno San Bartolomeo è stata sequestrata un’abitazione, dove – secondo gli inquirenti – veniva raffinata la droga smerciata in Lombardia, Emilia e Liguria, nell’ambito di un traffico di stupefacenti dalla Colombia all’Italia. L’8 giugno 2010 a Caravaggio è stato arrestato un appartenente alla ‘ndrangheta, con l’accusa di associazione mafiosa ed estorsione”. Senza dimenticare che il superlatitante di mafia Gaetano Fidanzati, don Tanino, boss del narcotraffico e capo della famiglia Arenella, si nascondeva a Parre, in Val Seriana. “In questi anni in provincia di Bergamo quasi una ventina di immobili sono stati sequestrati alla criminalità organizzata: alcuni di essi si trovano a Suisio, Brembate, Seriate, Dalmine, Cornalba, Alzano Lombardo, Foppolo, Lovere e Berbenno”.

Un panorama criminale insomma, in cui, secondo Artifoni, si intrecciano fenomeni di criminalità organizzata tradizionale, ossia di stampo ‘ndranghetista, camorrista, mafioso, e gruppi criminali stranieri, attivi soprattutto nei settori della droga, della armi, della prostituzione e delle ecomafie. “Un fenomeno sottovalutato – conclude Artifoni -. Non c’è sufficiente attenzione e molti, più o meno consapevolmente, continuano a pensare che le mafie siano un problema del sud o comunque estraneo al contesto territoriale bergamasco. Persiste un’immagine di questa provincia non corretta, troppo mitizzata”.

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Per un federalismo vero, le proposte del Pd – Intervento di Antonio Misiani

A centocinquanta anni dall’Unità d’Italia il tema della riforma federalista dello Stato rappresenta una grande incompiuta della Seconda Repubblica.
Quattordici anni fa, nel 1997, le leggi Bassanini hanno avviato il federalismo a costituzione invariata.
Nel 2000 la riforma del Titolo V della Costituzione ha segnato una tappa fondamentale, stabilendo all’articolo 114 la pari dignità degli enti territoriali con lo Stato, all’articolo 117 il principio della potestà legislativa delle regioni su tutte le materie non espressamente elencate (un principio tipico degli stati federalisti) e all’articolo 118 ha introdotto il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale.
Il resto è storia recente: nel marzo 2009 l’approvazione (con l’astensione del PD) della legge delega sul federalismo fiscale e da febbraio 2010 ad oggi l’esame dei decreti attuativi in Commissione bicamerale.

E’ un processo lungo e contrastato, come si vede. Ma è irreversibile. Indietro non si torna. Tutti i grandi Paesi europei hanno affrontato la sfida del governo di società sempre più complesse dotandosi di sistemi istituzionali multilivello. In Germania e Spagna esplicitamente federalisti, in Gran Bretagna e in Francia devolvendo crescenti poteri alle comunità territoriali.

Il bilancio di questi quattordici anni è però in chiaroscuro: di fatto l’Italia è ancora in mezzo al guado.

In teoria il nostro modello statuale è quasi federalista. In realtà il nuovo Titolo V è rimasto in gran parte sulla carta. La storia di questi anni ci racconta la moltiplicazione dei conflitti di competenza tra Stato e Regioni e le spinte di riaccentramento dei poteri e delle risorse.

L’assetto definito dalla Costituzione avrebbe bisogno di ulteriori modifiche, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, ma nella XVI legislatura nulla si è mosso.
Il Codice di autonomie è stato approvato in prima lettura dalla Camera, ma è fermo al Senato.
L’attuazione del federalismo fiscale va avanti ma è partita in ritardo, come dimostra la proroga di quattro mesi chiesta e ottenuta dal ministro Calderoli, e come vedremo sta deragliando dai binari della legge delega del 2009.

Proprio il federalismo fiscale è oggi il terreno più importante e delicato su cui si muove il processo di riforma federalista.

E’ un terreno importante innanzitutto sotto il profilo quantitativo: oggi i comuni, le province e le regioni gestiscono un terzo della spesa primaria corrente, 243 miliardi di euro. Viene governata a livello territoriale il 98% della spesa sanitaria, l’81% di quella per la casa, il 75% della spesa per la protezione dell’ambiente, il 61% della spesa sociale non previdenziale.
La posta in gioco del federalismo fiscale è alta: in gioco ci sono alcuni fondamentali diritti di cittadinanza. Il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto all’assistenza. Dall’esito del processo di attuazione del federalismo fiscale dipenderà un pezzo cruciale del nostro modello di società.

La legge 42 del 2009, che in parte è figlia anche del PD, ha delineato un modello di federalismo cooperativo, in coerenza con i principi della Costituzione.
Il punto di equilibrio della legge sta scritto nell’articolo 18, che esplicita l’obiettivo non solo della convergenza dei costi e dei fabbisogni standard dei vari livelli di governo, ma anche della convergenza degli obiettivi di servizio ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e alle funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, comma 2, lettere m) e p) della Costituzione.
Efficienza della spesa ma anche livelli essenziali delle prestazioni, dunque.

I decreti attuativi che vengono via via discussi in Bicamerale si stanno discostando sempre più da quel punto di equilibrio, a causa di scelte politiche e fattori di contesto.

Il fattore di contesto più importante è la politica economica del governo, che ha scaricato sugli enti territoriali una parte sproporzionata dello sforzo di risanamento dei conti pubblici.
Tra il 2007 e il 2010 il deficit pubblico complessivo si è impennato da 23 a 71 miliardi. Il 90% di questo peggioramento si è registrato a Roma, nelle amministrazioni centrali. Ma la manovra 2011-2013 ha concentrato sugli enti territoriali il 40% della correzione del deficit.
Serviva una svolta, per costruire su basi solide il federalismo fiscale. La svolta non c’è stata e i decreti attuativi hanno ratificato i tagli.
Gli enti locali partiranno dunque con meno risorse e gli spazi di autonomia faticosamente riconquistati verranno utilizzati non per offrire nuovi servizi, non per fare ulteriori investimenti, ma per tentare di recuperare i minori trasferimenti.
Per determinare i fabbisogni standard ci vorranno almeno tre anni. Nel frattempo i cittadini e le imprese, anche nel Nord, pagheranno più tasse per avere meno servizi di prima.

Non è questo quello che ci aveva promesso la Lega.

La politica centralista del governo sta imponendo una visione “minimalista2 del federalismo fiscale: in tutti i decreti attuativi vi è una assoluta prevalenza della convergenza dei costi e dei fabbisogni standard, mentre passa in secondo piano la convergenza ai LEP. Il tema della perequazione rimane indefinito e generico, sollevando parecchi dubbi sul grado effettivo di coesione che il sistema sarà in grado di garantire.

In secondo luogo, pesano le resistenze delle burocrazie romane. Ne stiamo avendo un chiaro esempio sul federalismo municipale, che porterà al trasferimento di molti meno beni rispetto a quanto ci si aspettava inizialmente.

Il federalismo fiscale, infine, rischia di pagare cari i condizionamenti dell’ideologia e i tatticismi di una certa politica.

Il dogma ideologico dell’assoluta intoccabilità della prima casa porterà a consolidare un assetto della fiscalità comunale squilibrato, in cui la principale imposta dei comuni graverà essenzialmente su soggetti non residenti,  in palese contraddizione con il principio “pago, vedo, voto”.
La necessità di avere il voto della SVP in Commissione bicamerale ha portato il governo ad escludere completamente dalla riforma le regioni a statuto speciale, riducendo di molto la portata innovativa del federalismo fiscale.
Anche i tempi di attuazione sono stati condizionati dai tatticismi: si è marciato a tappe forzate fino a qualche giorno fa, quando le elezioni politiche anticipate sembravano imminenti e la Lega aveva bisogno della bandierina da innalzare. Ora che le elezioni sembrano allontanarsi, il governo ha concesso (bontà sua…) quella proroga che noi avevamo chiesto invano un mese fa.

La risultante di tutte queste dinamiche è, per il momento, una riforma debole, al di sotto delle necessità, del tutto scollegata da un disegno organico di modernizzazione delle istituzioni.

Non tutto è da buttare, intendiamoci. Rispetto alla totale paralisi attuale, ci sono alcuni passi in avanti. Ma non siamo certo di fronte ad un cambiamento epocale: questa riforma rischia di lasciare aperti gran parte dei problemi che doveva risolvere, a partire da quello che Tremonti ha chiamato l’albero storto della finanza pubblica.

In questa situazione, il PD ha il dovere di incalzare chi ci governa. Deve farlo però con l’ambizione di una grande forza riformista, che non vuole tornare indietro e non intende difendere l’esistente.

In Aula alla Camera Pierluigi Bersani ha pronunciato parole chiare: “il concetto stesso di federalismo fiscale lo abbiamo introdotto noi e lo abbiamo messo in Costituzione. Siamo interessati a fare il federalismo fiscale. Dunque, se lo si fa e lo si fa per bene, noi votiamo a favore; se non lo si fa e si fa un pasticcio, noi votiamo contro”.

Bene, sono d’accordo. Io faccio un passo in più e dico che deve essere il PD a rilanciare l’agenda federalista, rilanciando su un terreno autonomista.

Sul federalismo fiscale è necessario recuperare le ambizioni e la sequenza logica della legge 42:
-    decidere chi fa che cosa;
-    stabilire i LEP;
-    fissare i costi e i fabbisogni standard;
-    riorganizzare di conseguenza l’ordinamento finanziario degli enti territoriali.

Dobbiamo rilanciare il confronto sul Codice delle autonomie, sfidando il centrodestra a modernizzare con coraggio il sistema delle autonomie locali, nella consapevolezza che difendere tutto e tutti porta dritti dritti ai tagli lineari che mettono nello stesso calderone virtuosi e non virtuosi.

Dobbiamo, infine, riaprire la discussione sulla carta costituzionale: è necessario mettere mano alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni e trasformare il Senato in una Camera delle Regioni e delle Autonomie locali. Ed è necessario attuare ciò che in Costituzione è già scritto. Personalmente ho una convinzione: la strada verso il federalismo in Italia passa necessariamente dal comma 3 dell’articolo 116, che apre la possibilità di un modello “a geometria variabile” sicuramente più adatto ad un Paese segnato da profondi divari territoriali.

Questi sono i punti fondamentali di una possibile agenda federalista del PD.
Ho concluso.

Nel 1861, come ha ricordato a Bergamo il Presidente Napolitano, la visione accentratrice di Mazzini e dei risorgimentali moderati prevalse sul progetto federalista di Carlo Cattaneo.
La vocazione autonomista della Costituzione del 1948 rimase inattuata per molti decenni.
Oggi, a centocinquanta anni dall’Unità d’Italia, dobbiamo essere consapevoli che la nuova Repubblica, per rimanere unita, non può che essere federale.

Se, come sembra, avremo un po’ di tempo in più, il mio auspicio è che questo tempo venga utilizzato per fare le cose per bene. Per costruire un federalismo fiscale condiviso e, soprattutto, utile all’Italia.

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La Lega? Dimostra tutta la sua vecchiaia!

Il Partito Democratico rilancia la propria proposta di governo con un momento di forte relazione con artigiani, industriali, cooperazione sociale e associazionismo. Nel giorno in cui la Lega festeggia un passato che non c’è più, il Pd costruisce legami per governare il cambiamento.

Il dvd del convegno è disponibile presso la Federazione di Bergamo.
Qui sotto la relazione introduttiva di Matteo Rossi (resp. enti locali Pd Lombardia)

L’appuntamento di questa mattina nasce all’interno della Scuola di politica del partito democratico in collaborazione con il Centro studi nazionale presieduto da Gianni Cuperlo che concluderà i nostri lavori e ringraziamo per essere tornato a trovarci.

Lo abbiamo ideato non solo in vista delle elezioni amministrative della primavera prossima, ma anche perché ci sembra il momento di rilanciare una proposta di governo per il territorio e per il Paese.

Riflettere attorno al ruolo dei nostri Comuni oggi non poteva limitarsi all’analisi dei programmi e delle cose da fare, ma meritava un approfondimento, che con un occhio guardasse alla nostra storia, nel 150° anniversario dell’unità, e che al tempo stesso sapesse guardare al futuro da costruire, provando a condividere quale sia lo scenario, il senso più profondo di ciascun pezzetto di cambiamento che proviamo a determinare amministrando le nostre comunità locali.  

E guardando al passato, con orgoglio, al fondamentale contributo che la nostra terra seppe dare alle lotte risorgimentali, rendiamo omaggio ai nostri giovani di allora. Proviamo a immaginare cosa succedeva qui attorno nel 1860, era primavera, il 20 aprile, e tra gli studenti di Bergamo si sparge la voce della spedizione di Garibaldi. Gli arruolamenti si facevano qui vicino, nel teatrino di filodrammatici che stava in un vecchio fabbricato di via Borfuro. Si arruolano circa 180 giovani, la maggior parte con meno di  22 anni, sono operai e artigiani.  La mattina del 3 maggio l’appuntamento è alla stazione dei treni, per poi partire per la Sicilia due giorni dopo. Il Garibaldino Guido Sylva la racconta così nelle sue memorie: “Lungo il viale della ferrovia era una fila di gente che a quella s’incamminava. I partenti si distinguevano dai fagotti, molti erano accompagnati dagli amici e dai parenti, altri invece si davano cura di passare inosservati, di sottrarsi alle ricerche dei famigliari che sapevano contrari ai loro divisamenti. La stazione era letteralmente zeppa di popolo. Sotto l’influsso di quella frenesia, di quel delirio, alcuni dei nostri amici e condiscepoli  rimasti fino ad allora indifferenti in mezzo al nostro entusiasmo, o magari anzi oppositori accaniti di un’impresa ch’essi reputavano non che temeraria, ma addirittura pazza, scossero la loro primitiva ostinata ed ostentata apatia, e si trovarono, quasi inconsciamente, a prendere posto al nostro fianco e a seguirci a Marsala e oltre”.

Non so se ne esistano, ma attraverso questa descrizione potremmo immaginare una fotografia di quella mattina, per poi cercarne altre, più recenti, nelle quali si mischiano l’elettricità del momento, l’ansia per le scelte personali che insieme a quelle degli altri diventano coraggio collettivo, mobilitazione. Me ne sono venute in mente alcune, di epoche e significati diversi: nel dopoguerra, l’ingresso nella Bergamo liberata delle Brigate Partigiane, e in tempi più recenti, il fiume di persone che il 9 maggio, dalla mattina alla sera, dalla stazione a Porta Nuova, salutavano la sfilata conclusiva dell’adunata nazionale degli alpini, dopo tre giorni in cui la voglia di stare insieme aveva trascinato nelle strade migliaia di bergamaschi. O ancora, ciò che succede in ottobre da sette anni a questa parte quando BergamoScienza proietta la nostra città nel futuro, e la rende capitale dell’innovazione, del sapere e della ricerca. 100mila sono state le presenze nel 2010.  O infine, poche settimane fa, la mattina del 13 febbraio, le duemila persone che rispondendo all’appello delle donne si sono ritrovate in centro città nella sorpresa generale.

Ma oltre a queste istantanee di una Bergamo migliore, non elitaria, moderna e popolare al tempo stesso, noi sappiamo che si stanno affermando in questa provincia processi, leadership, aggregazioni, esperienze nei campi associativo, culturale, religioso, economico, che sono portatori di una visione di speranza, intendendo con questa parola un modo di guardare al futuro che ha dentro un messaggio di apertura, e quindi anche di competitività, se è vero come è vero che nella globalizzazione saranno le società aperte quelle più competitive e capaci di primeggiare.

C’è una ricchezza di competenze e di sensibilità che sfida la politica ad aprirsi.

Nel mondo del sapere e della ricerca, pensiamo al nuovo impulso dato all’Università dal rettore Paleari, la forte relazione che sta costruendo con la città e al contributo che sta dando alle istituzioni e all’impresa affinché investano sull’economia della qualità e della conoscenza.

Nel campo associativo, come non vedere le ventimila persone che hanno attraversato il percorso di “Molte fedi sotto lo stesso cielo” organizzato dalle Acli che hanno svelato il volto di una Bergamo alternativa agli stereotipi che il leghismo ci ha cucito addosso.

Pensiamo al nuovo protagonismo della piccola e media impresa e del mondo cooperativo, al tasso di responsabilità sociale verso il territorio che questi processi di aggregazione hanno significato, e a come questo si possa toccare con mano nella differenza profonda intercorsa nella gestione da un lato della crisi della Indesit e dall’altro nella costruzione del Progetto per il rilancio economico della Val Seriana.

E sempre in campo economico voglio ricordare le 18 nuove idee che nel 2010 si sono trasformate in nuove imprese nei campi della ricerca, dell’informatica, della green economy, del turismo, grazie alla collaborazione con l’Incubatore d’Impresa e la Camera di Commercio

E ancora, guardiamo alle decine di Sindaci che hanno raccolto la proposta dell’Unione Europea facendo rete nella Covenant of Major per il miglioramento dell’efficienza energetica e le promozione delle fonti rinnovabili, portando la nostra provincia ad essere la prima in Europa per il numero di adesioni.

E dentro lo scenario di una economia sostenibile, pensiamo alla nascita dei 49 gruppi di acquisto solidale, consumatori consapevoli che si uniscono e indirizzano le loro scelte verso produttori responsabili promuovendo così cultura e microeconomia di qualità.

E infine, come non ricordare, la mobilitazione generosa e commovente dei volontari della Protezione Civile in questi ultimi mesi. Penso che più di tutti meriti un applauso.

Ma come non vedere che a tutto ciò fa da contraltare una leadership politica, in particolare quella di segno leghista, che raggiunto il suo apice di consenso e di influenza nelle istituzioni nazionali e locali, presenta un bilancio oggettivamente deludente, scarso nelle risorse economiche, pesante nelle occasioni perdute, involuto dal punto di vista culturale.

Non è forse così per quel che riguarda il federalismo? Il percorso di avvicinamento a questa riforma è stato costellato di tagli scriteriati equivalenti a quasi 17 milioni di euro tolti ai Comuni bergamaschi sopra i 5.000 abitanti. Il punto di arrivo sarà se possibile ancora peggio.

Non sono forse il segno del tradimento degli interessi del territorio in nome di quelli di partito, le vicende del Poliambulatorio di Ponte San Pietro e della cava ex Vailata di Treviglio? Su queste battaglie qualche hanno fa avremmo visto la Lega scendere in piazza, oggi l’abbiamo ritrovata nascosta nel palazzo a lavorare contro i Sindaci di territori che hanno espresso un’opinione chiara sulla necessità di non spostare un servizio o di evitare un intervento invasivo dal punto di vista ambientale. Come è mai possibile che si faccia l’esatto contrario senza alcun rispetto per chi rappresenta i cittadini?

E non sono storiche occasioni perse quella della sede dell’Università della Guardia di Finanza, o l’abbandono di fatto del Progetto di Porta Sud?

Non è segno di inefficienza che passino quasi più di 200 giorni dall’ideazione di un fondo straordinario anticrisi alla reale erogazione di contributi e servizi alle famiglie?

Non è forse il  segno di un fiato corto la continua polemica con le scelte della precedente Amministrazione Bettoni, senza uno straccio di prospettive per il futuro? Agripromo è solo l’ultima vicenda in ordine di tempo. Il buco del 2010, tutta farina del sacco di Pirovano, è più del doppio degli anni precedenti e la società, anche se ferma, continua ad accumulare debiti, a non pagare i fornitori, a mettere in cassa integrazione i lavoratori e a svendere tutto, anche i mobili.

E ancora, sull’idea di rete educativa, non è  una chiusura miope quella di non voler coinvolgere nel pensare e agire le politiche in favore dei giovani  il mondo degli oratori e della cooperazione sociale, salvo poi finanziare le feste della birra dei giovani del proprio partito?

E non è irresponsabile, mentre i numeri ci parlano di quasi 578 attività imprenditoriali in più aperte da migranti sul nostro territorio, il 6% in più rispetto al 2009, che nei Comuni a guida leghista ci si inventi i modi più originali per discriminare gli stranieri, residenti e contribuenti, sui contributi sociali, i bonus bebè, i parcheggi, i fondi anticrisi?

E potremmo continuare, anche solo col preoccupante silenzio che regna sulla proposta di trasformazione della società che gestisce il nostro aeroporto. Per non parlare dei 300 milioni che si sprecheranno per evitare l’election day o dei 5 milioni che il decreto mille proroghe toglie alla ricerca e all’assistenza dei malati oncologici per prorogare il pagamento delle multe di pochi agricoltori che hanno sforato le quote latte.

E allora dev’essere chiaro un punto. La gestione del potere inaugurata dalla Lega, le logiche e gli interessi interni a quel partito, si stanno pesantemente dimostrando altra cosa rispetto agli interessi di questo territorio.

Se questa è la realtà, allora non possiamo non vedere come anche oggi ci sia bisogno di una fase nuova della democrazia e della politica, in Italia, al nord, a Bergamo, una fase pragmatica e visionaria al tempo stesso, un’utopia concreta, come 150 anni fa lo era unire l’Italia.

E’ così che possiamo riprendere in mano le nostre ambizioni. Ed è immaginando questo orizzonte che abbiamo voluto mettere al centro della nostra riflessione cinque parole: comunità, territorio, coesione, modernizzazione, che rappresentano il terreno sul quale si gioca la partita del cambiamento. E poi la quinta parola, alleanza, alleanze culturali prim’ancora che partitiche, alleanze sociali con i mondi del volontariato, del sociale, delle nuove professioni, dell’impresa, dell’ambiente, del sapere, che svolgono una funzione quotidiana e reale di cambiamento spesso a prescindere dalla politica, a volte trovando in essa ostacoli e complicazioni.

Sulla dimensione della coesione, della reciprocità, penso ci siano domande aperte che vengono dal mondo dell’imprenditoria sociale, una realtà che non si accontenta più, giustamente, di occupare lo spazio lasciato vuoto dal pubblico statale. Ne è un esempio Welfare Italia, con la sua proposta di medicina di territorio di qualità elevata a prezzi contenuti che lo scorso primo ottobre ha aperto il primo centro nell’area bergamasca a San Pellegrino. Io credo che la domanda sia questa: può esserci una politica che si pone la questione di come produrre beni pubblici anche in campo sociale che si pongano fuori dal monopolio statale senza per questo cedere alle logiche della privatizzazione più spinta? Tra difesa a prescindere della pubblica amministrazione e acritica adesione alla logica della voucerizzazione dei servizi, si può immaginare, e farne un simbolo della nostra proposta, un’idea di servizio pubblico che si riconosca in tutto ciò che dal basso costruisce pratiche sociali, crescita della comunità, coesione e responsabilità territoriale? Guardate, ciò è ancor più necessario in Lombardia, dove troppo spesso si assiste a distorsioni della logica della sussidiarietà, che per noi non è sinonimo di esternalizzazione, delega in bianco, sfruttamento delle risorse private. Alla distanza che ci separa dall’approccio del centrodestra, non possiamo però rispondere con vecchie ricette. Tra statalismo centralista e cieco laissez faire, e’ urgente promuovere l’idea che per “pubblico”, all’interno di una cornice di regole, obiettivi e diritti certi per gli utenti e i lavoratori, possa essere considerato tutto ciò che, auto-organizzandosi, concorre a creare capitale sociale, reti di protezione, cittadinanza attiva per la costruzione di un welfare mix e delle welfare society.

Certo, si dirà, i soggetti della reciprocità sono in campo a prescindere dal colore politico, ma credo sia interesse di tutti lavorare non per sopravvivere, ma, la voglio dire così, per tentare di costruire una egemonia. E allora, di fronte agli imprenditori politici della paura, al populismo territoriale della Lega e a quello mediatico di Berlusconi, al tentativo di costruire da un lato comunità rancorose contro chi già vive in mezzo a noi e dall’altro di sciogliere la paura dentro il carisma personale, ebbene, di fronte a queste derive anche la cura, la comunità aperta rischiano di uscirne male, di perdere la sfida culturale contro una logica per cui la responsabilità verso le fragilità è ammessa solo per chi rimane dentro il perimetro dei simili oppure viene accettata solo dentro una logica compassionevole strumentale all’erosione dei diritti sociali.

E proprio ai diritti, al lavoro come diritto fondamentale dell’essere umano, ha richiamato l’attenzione il Vescovo Francesco parlando al consiglio pastorale diocesano.  Mons. Beschi, nell’annunciare un grande momento di riflessione di tutta la società bergamasca sul tema del lavoro, e riempiendo in questo senso un vuoto enorme lasciato dalle Istituzioni, ha sottolineato la preoccupazione per una dimensione del lavoro considerato solo come un modo per far soldi, svuotato della sua valenza educativa, ponendo una domanda terribilmente attuale: che cosa succede se scopro di potermi arricchire senza lavorare? E questa domanda si accompagna ad un’altra che riguarda soprattutto i nostri giovani: che succede se mi accorgo che con meno studio e meno diritti guadagno di più nell’immediato. La risposta è chiara, e coinvolge, oltre ai destini personali, anche la competitività del nostro tessuto economico.

E allora per riavviare lo sviluppo e la produttività non servono minori tutele, ma più diritti, più sicurezza, anche più legalità. E anche più politica.

Il 2010 è stato un anno di disoccupazione, protesta, difficoltà. Noi siamo stati davanti alle fabbriche, non solo quando c’erano le telecamere accese. Ma ora è il momento che la politica dia veramente una mano per passare dalla fase di emergenza a quella di un allargamento delle attività economiche e delle possibilità di occupazione. Il tema è quello di rimettere al centro i fattori produttivi capaci di rendere attrattivo un territorio.

Qualità del lavoro e del prodotto e quindi formazione, ricerca, riqualificazione, internazionalizzazione. Una strategia per connettere i centri di ricerca e innovazione pubblici e privati. Politiche per cambiare una realtà bergamasca che si colloca agli ultimi posti in Italia per il tasso di scolarizzazione e al primo in Lombardia per gli abbandoni scolastici.

Riduzione del carico fiscale sul reddito da lavoro e impresa per spostarlo sulle rendite, e agevolazioni fiscali per chi decide di investire sulla green economy.

Si deve infatti poter inaugurare un ciclo produttivo basato sull’economia verde, sulla crescita ecosostenibile, sulla riconversione ecocompatibile degli edifici pubblici, perché siamo insieme al Benelux la parte più inquinata d’Europa, perché la nostra provincia è la più edificata in Lombardia, regione nella quale Bergamo, insieme a Lodi, registra il maggior numero di tumori.

Garanzia per l’accesso al credito e per i pagamenti da parte della pubblica amministrazione.

Investire decisamente sulle opportunità che l’economia turistica rappresenta, dotandoci delle indispensabili infrastrutture materiali, in modo particolare quelle su ferro (il collegamento bergamo-orio, la rete tramviaria Bergamo-Villa d’Almè, polo d’interscambio di ponte con l’utilizzo urbano della tratta ponte-albano) e di quelle immateriali, in particolare la fibra ottica e la banda larga che se diffusa in modo capillare permetterebbe alle piccole e medie imprese di comunicare con tutto il mondo senza dover spendere un sacco di soldi.

Aumentare l’occupazione femminile integrando le politiche attive del lavoro con reali supporti alle donne, come regimi orari particolari, asili nido aziendali e territoriali.Le nostre proposte per l’immediato e il medio periodo ai vari livelli istituzionali ci sono tutte.

E sul tema della modernizzazione voglio dire questo. Il Partito Democratico è nato anche per affermare una  cultura  capace di misurarsi con quella forte aspirazione all’autonomia e all’autoaffermazione degli individui che troppo spesso nel passato, sbagliando, noi abbiamo scambiato per egoismo relazionandoci ad essa solo con l’argomento dell’evasione fiscale, e che invece rappresenta capacità, talenti, merito e voglia di fare che accomuna operai, liberi professionisti, artigiani. Su questo oggi abbiamo le carte in regola e possiamo permetterci di indicare i limiti altrui.

Perché se è vero, come ha affermato di recente il Presidente dei giovani imprenditori bergamaschi, che oggi a competere sono i territori nel loro insieme, com’è possibile che mentre in Europa, anche attorno ai centri medi urbani, si costituiscono sistemi che investono sulla logica delle tre T, tecnologia, talenti, tolleranza, qui da noi ci sia una classe politica che lavora contro le integrazioni possibili soffiando sulle paure, che riduce i fondi per la nostra Università, che è in ritardo sul tema delle infrastrutture digitali, che taglia le risorse per il trasporto pubblico (a Bergamo 600 km in meno).

E’ un altro segnale di come il partito da più tempo presente in parlamento, che stasera a Bergamo festeggerà la sua storia, la dimostri davvero tutta la sua vecchiaia, nelle idee, nel governo del territorio, nella gestione del potere, ed è ora che venga sostituito da soggetti più giovani guidati da gruppi dirigenti capaci di governare il cambiamento.

E allora, a Bergamo come nel Paese, partendo dalle prossime elezioni amministrative con lo sguardo rivolto al 2014, è tempo di costruire un’alternativa democratica di territorio: alleanze culturali, alleanze politiche e alleanze sociali, e una proposta politica nuova che rompa col passato e sappia intercettare le energie di una Bergamo migliore e popolare.

Grazie e buon lavoro a tutti noi.

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Frane e calamità naturali, presentata una mozione urgente

Su proposta dei consiglieri bergamaschi Maurizio Martina e Mario Barboni Il Partito Democratico ha presentato una mozione urgente in Consiglio regionale per chiedere alla Giunta del Pirellone di modificare la delibera relativa a frane e calamità naturali nella quale si prevede la compartecipazione dei Comuni agli interventi di “somma urgenza” nella misura del 20% delle spese sostenute. Come noto il provvedimento ha generato forti preoccupazioni in particolare sul territorio montano. Tanti Comuni infatti, già a corto di risorse, hanno denunciato l’impossibilità di garantire autonomamente fondi specifici per interventi di questa natura. Proprio per questo la mozione Pd chiederà concretamente alla Giunta di modificare la normativa innanzitutto esentando dalla compartecipazione di questi costi i Comuni sotto i 5000 abitanti. Tra le richieste del Pd anche la proroga dei tempi per la realizzazione dei Piani d’Emergenza e la conferma del sostegno tecnico della Regione verso le realtà coinvolte da questi eventi anche tramite le strutture operative ex Genio civile.

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