Archivi del mese: marzo 2011

COMUNI: MISIANI (PD), POSSIBILI SANZIONI MENO PESANTI

Ma ad una condizione: che si proceda contestualmente a modificare il comma 122 dell’art. 1 della legge di Stabilità riducendo ‘gli spazi finanziari da utilizzare per la riduzione degli obiettivi programmatici 2011′, ovvero il nuovo meccanismo di premialità. “La risposta del Governo va valutata positivamente perché sono tanti i comuni che rischiano di essere messi in ginocchio dalle nuove sanzioni – commenta l’on. Antonio Misiani (PD), che ha firmato insieme agli on.li Rubinato e Baretta un’interrogazione presentata in Commissione bilancio. Secondo Misiani “Il sottosegretario Giorgetti ha riconosciuto che il problema da noi evidenziato è fondato. Troppe volte però alle promesse non sono seguiti i fatti. Per questo sarà necessario incalzare il Governo”.

L’inasprimento delle sanzioni introdotto dal Governo con la manovra economica dell’estate scorsa sta mettendo in crisi i Comuni che hanno dovuto sforare il patto di stabilità interno nell’anno 2010 e che ora come sanzione si vedono pressoché azzerati i trasferimenti statali. “Se non intervengono cambiamenti – ha ricordato l’on. Misiani – questi Comuni non solo non potranno approvare il bilancio 2011 ma saranno costretti a tagliare drasticamente i servizi essenziali ai cittadini”.

“Il Governo centrale – sostiene Misiani – ha scaricato l’onere del risanamento dei conti pubblici sulle spalle degli enti locali. Nel 2010, secondo i dati ancora provvisori del monitoraggio sul Patto, i Comuni hanno addirittura migliorato di circa 700 milioni di euro l’obiettivo già pesante di oltre 2 miliardi di surplus impostogli per il 2010 da Tremonti. Così non si può andare avanti: al di là delle chiacchiere sul federalismo municipale, la realtà è che oggi i Comuni continuano ad essere spremuti per coprire i buchi del Governo centrale”.

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FEDERALISMO: MISIANI (PD), GRAZIE AL PD BLOCCATO L’AUMENTO DELLE ADDIZIONALI REGIONALI

“Il governo, evidentemente, ha imparato qualcosa dagli errori commessi sul federalismo municipale. L’accoglimento delle proposte del PD ha reso più potabile il decreto sulle regioni, la sanità e le province: ora, per lo meno, diventa possibile il recupero di parte dei tagli assurdi imposti alle regioni con la manovra dell’estate 2010, viene scongiurato fino al 2013 il rischio di un aumento selvaggio delle addizionali Irpef regionali e si fissano paletti un po’ più chiari sui livelli essenziali di servizi fondamentali come sanità, istruzione, assistenza e trasporto pubblico. Sono fatti importanti, che premiano l’approccio costruttivo che con tenacia il PD sta mantenendo sul federalismo fiscale. Intendiamoci: nel complesso il federalismo della Lega e del Pdl rimane fatto soprattutto di tagli e nuove tasse ed è molto lontano da quanto serve all’Italia. Oggi però il PD ha portato a casa risultati significativi e questo non poteva non riflettersi sul nostro comportamento di voto in Commissione bicamerale. Ora Lega e Pdl siano coerenti fino in fondo e rivedano anche i tagli ai comuni, che hanno azzoppato il federalismo municipale”

Antonio Misiani
Deputato PD

Commissione bicamerale per il federalismo fiscale

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Dall’Eco di Bergamo del 24 marzo 2011 Antonio Misiani, deputato del Pd «Non avalleremo risoluzioni pasticciate»

Non siamo disposti ad avallare le posizioni pasticciate del governo e della maggioranza sulla crisi libica». Il Pd si atterrà alle «risoluzioni dell’Onu. Riteniamo giusto riportare la missione sotto il comando Nato e che si evitino fughe in avanti di qualche nazione».
Ma la confusione del governo, per Misiani, è sotto gli occhi di tutti. E fa un esempio: «Per il ministro degli Esteri Franco Frattini non c’è emergenza terrorismo, per quello dell’Interno Roberto Maroni tra i profughi c’è il rischio di infiltrazioni». Secondo Misiani, la direzione giusta sono le tendopoli al confine tra Libia e Tunisia: «L’ideale è agire in loco per evitare flussi massicci verso il nostro Paese. Però se arrivano, c’è il dovere dell’accoglienza».
Quello che è certo, per il democratico, è che «la crisi libica dimostra tutti i limiti della diplomazia delle pacche sulle spalle. Tutti i governi hanno favorito relazioni economiche con la Libia, ma Berlusconi è andato oltre, con scene umilianti per il nostro Paese. Un atteggiamento che ora rischia di tornarci indietro come un boomerang». Be. Ra.

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Contro la mafia le battute non servono, anche la Provincia faccia la sua parte

Il Partito Democratico chiede alla Provincia di Bergamo di fare la sua parte per contribuire a tenere alta l’attenzione delle istituzioni e della società civile sul fenomeno delle mafie il Lombardia e a Bergamo.

La proposta è quella contenuta in un ordine del giorno per il Consiglio Provinciale nel quale si chiede la convocazione di una seduta straordinaria aperta agli interventi delle realtà impegnate nel contrasto alle organizzazioni mafiose. Il documento verrà presentato alla conferenza dei capigruppo prima del Consiglio Provinciale dove verrà deciso se trattarlo nella seduta di lunedi 28.

“E’ il momento di dare un segnale forte e condiviso – dichiara Filippo Simonetti, consigliere provinciale Pd. “Il due aprile farà tappa a Bergamo la Carovana Antimafia Internazionale, un importante momento di riflessione e denuncia del fenomeno mafioso nonché di promozione della cultura della legalità che arriva sul nostro territorio proprio a ridosso dell’allarme lanciato dal governatore della Banca d’Italia circa l’avanzamento sul territorio lombardo dell’infiltrazione delle cosche e le preoccupazioni espresse pubblicamente dal Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Treviglio circa la reale possibilità che l’arrivo delle grandi infrastrutture e dei relativi interessi economici che graviteranno sulla bassa bergamasca attirino l’interesse delle organizzazioni mafiose”.

Il Presidente Pirovano in merito alla mafia nella bergamasca aveva affermato di “non aver mai visto una coppola”. Aggiungendo di sentirsi “molto tranquillo perché nei due anni di presidenza posso dire di non aver mai avuto contatti con infiltrazioni di stampo mafioso“. “Forse c’è l’intenzione di fare una pubblicità politica negativa che tende a distorcere la realtà. Ho l’impressione che questa storia della presenza mafiosa spesso venga utilizzata per altri motivi” aveva concluso Pirovano.

“E’ sbagliato minimizzare, su questi temi non si può proprio scherzare, perché le mafie uccidono la democrazia, l’economia e la cultura della legalità della nostra terra – dichiara il consigliere provinciale Pd Matteo Rossi –  ed è un fatto oggettivo che le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso tra il 2004 e il 2009 si siano concentrate soprattutto nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. Un Consiglio Provinciale straordinario dedicato alla trattazione di questi temi al quale invitare a partecipare i rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati e delle associazioni impegnate sui temi della legalità rappresenterebbe un momento di forte attenzione istituzionale. L’esito positivo del Consiglio regionale straordinario che ha approvato in modo bipartisan il provvedimento sull’educazione alla legalità ci porta a sperare che anche a Bergamo si possa trovare la stessa disponibilità”.

Riportiamo di seguito l’intervista a Rocco Artifoni di Libera Bergamo che rappresenta a nostro avviso un contributo utile a capire il radicamento delle mafie sul territorio bergamasco.

“Ma quali infiltrazioni, a Bergamo ormai c’è una vera e propria presenza mafiosa. E’ positivo che la dichiarazione di Mario Draghi abbia avuto una grande risonanza mediatica, perché la consapevolezza su quello che accade in provincia è troppo scarsa”.
Così Rocco Artifoni, esponente del Coordinamento bergamasco di Libera, commenta su Affaritaliani.it i dati – diffusi dal governatore di Bankitalia – che indicano Bergamo come città lombarda più colpita dalla mafia dopo Milano. Fra il 2004 e il 2009 le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso si sono infatti concentrate per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia.

Artifoni denuncia: “L’idea di infiltrazione implica un tessuto buono che viene contaminato da un virus, invece qui ci sono parti di territorio in mano alle cosche mafiose”. E così snocciola una lunga serie di episodi che dimostrano come di campanelli d’allarme ce ne siano stati parecchi nel corso degli anni. A partire da tempi lontani: nel maggio 1990, per esempio, in un casolare di Rota Imagna fu scoperta la prima raffineria di eroina del Nord Italia gestita dalla camorra.

Altri episodi sono legati alla costruzione della quarta corsia dell’autostrada A4 Milano-Bergamo e i cantieri lombardi dell’Alta Velocità ferroviaria. “Bergamaschi e calabresi hanno collaborato nel truccare le carta per aggirare i controlli antimafia”. E ancora, una serie di omicidi che sanno di stampo mafioso-camorristico. “Nel 2007 un collaboratore di giustizia di Castelli Calepio, arrestato per droga, fu ucciso con tre proiettili all’addome mentre rientrava al carcere, secondo il regime di semilibertà. Pochi mesi dopo fu ammazzato anche l’uomo che lo accompagnava, testimone scomodo del delitto”. Nel novembre 2009 – aggiunge Artifoni – un imprenditore edile di origine campana, da una ventina di anni residente nella bergamasca, è stato ucciso con quattro colpi di pistola davanti allo stadio di San Siro a Milano in pieno giorno: era coinvolto e indagato in un’inchiesta della Direzione Investigativa Antimafia, che aveva consentito di smantellare un’organizzazione della ‘ndrangheta lombarda.

Il 12 maggio 2010 ad Almenno San Bartolomeo è stata sequestrata un’abitazione, dove – secondo gli inquirenti – veniva raffinata la droga smerciata in Lombardia, Emilia e Liguria, nell’ambito di un traffico di stupefacenti dalla Colombia all’Italia. L’8 giugno 2010 a Caravaggio è stato arrestato un appartenente alla ‘ndrangheta, con l’accusa di associazione mafiosa ed estorsione”. Senza dimenticare che il superlatitante di mafia Gaetano Fidanzati, don Tanino, boss del narcotraffico e capo della famiglia Arenella, si nascondeva a Parre, in Val Seriana. “In questi anni in provincia di Bergamo quasi una ventina di immobili sono stati sequestrati alla criminalità organizzata: alcuni di essi si trovano a Suisio, Brembate, Seriate, Dalmine, Cornalba, Alzano Lombardo, Foppolo, Lovere e Berbenno”.

Un panorama criminale insomma, in cui, secondo Artifoni, si intrecciano fenomeni di criminalità organizzata tradizionale, ossia di stampo ‘ndranghetista, camorrista, mafioso, e gruppi criminali stranieri, attivi soprattutto nei settori della droga, della armi, della prostituzione e delle ecomafie. “Un fenomeno sottovalutato – conclude Artifoni -. Non c’è sufficiente attenzione e molti, più o meno consapevolmente, continuano a pensare che le mafie siano un problema del sud o comunque estraneo al contesto territoriale bergamasco. Persiste un’immagine di questa provincia non corretta, troppo mitizzata”.

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Martina: “La Lega ha toppato, oggi è lontano dalla gente”

Lo si e’ visto a più riprese in queste ore dedicate alle celebrazioni dell’Unità d’Italia. I capi leghisti pensavano di colpire nel segno giocando ancora con tatticismi e propaganda ma la gente non ha davvero gradito. Anche tanti loro elettori non hanno compreso questo modo di fare. Hanno toppato”.
“Oggi abbiamo ricordato le nostre radici e la nostra storia e chi ha fatto polemiche inutili si è messo da solo in un angolo – aggiunge Martina. Chi si e’ sottratto a questo dovere solo per calcoli di bottega si e’ dimostrato incapace di guardare al bene comune”.

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Unità d’Italia a Bergamo, Pd: “Rattrista l’atteggiamento di Lega e Pdl”

I Consiglieri comunali del Partito Democratico intervengono sugli episodi di ieri sera:“Nell’ambito di una festa, dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia, che è e sarà bellissima – dicono i Consiglieri comunale del Pd – rattrista, delude e amareggia l’atteggiamento della Lega Nord e del Pdl”.
I consiglieri della Lega hanno deciso di disertare polemicamente il Consiglio comunale straordinario di ieri sera e lo hanno fatto dopo avere abbandonato l’aula anche il giorno in cui il Consiglio, su richiesta delle minoranze, si era espresso positivamente sulla ricorrenza del 150° e aveva deciso di dedicare una seduta straordinaria alla ricorrenza.
Le parole di Pirovano al Donizetti, nel corso della serata di festa dedicata all’unità (“l’unità non può essere un’imposizione”: e chi l’avrebbe imposta?), sono state ancor più provocatorie e inappropriate, tanto da essere accolte da una bordata di fischi e proteste. Chiunque avesse un ruolo istituzionale si è vergognato di essere rappresentato, sul palco del Donizetti, da chi non ha, evidentemente, un convinto senso di appartenenza alla nostra comunità nazionale e sacrifica valori così alti per mero calcolo politico di “bottega”; inoltre usa un linguaggio partitico quando indossa la fascia di Presidente della provincia, quindi di rappresentante di tutti i cittadini. Un conto è rivendicare orgogliosamente le virtù della terra bergamasca e chiedere che l’assetto federale trovi attuazione – cose delle quali la Lega non ha l’esclusiva e che sono condivise, con consapevolezza ancora maggiore, dal Partito democratico – un conto è offendere il sentimento dell’unità nazionale in cui tutti ci riconosciamo o dovremmo riconoscerci.
Il folklore dei fazzoletti verdi in aula consigliare, già abbastanza fastidioso, ha lasciato il posto alla polemica aperta e all’offesa.
Ma ancor più triste e deludente è l’atteggiamento dei rappresentanti del Pdl, Sindaco in testa, che – oltre a condividere un’alleanza politica con chi si esprime in questo modo – tollera o difende, anziché stigmatizzare, i comportamenti provocatori della Lega si prende la briga, invece, di polemizzare con le minoranze, ree di avere evidenziato l’assenza della Lega come fatto di particolare gravità.
Siamo al ribaltamento della verità, per cui a rovinare la festa sarebbero le opposizioni, che si sono limitate a dichiarare un dato di realtà (la Lega non c’è) e non chi, appunto la Lega, si è assentata perché non si riconosce nel valore dell’unità nazionale.
Ancor peggio ha fatto l’Assessore Raimondi che, volendo difendere l’indifendibile Pirovano, ha attaccato chi, tra il pubblico, ha legittimamente protestato, e ha sollecitato, con qualche confusione, un “Risorgimento morale”: un invito che dovrebbe essere rivolto ai suoi alleati ed alcuni colleghi del PDL e non certo a chi, di fronte all’arroganza ed alla provocazione, manifesta il proprio disagio.
Il rispetto nei confronti delle opinioni diverse è sacrosanto, ma lo è altrettanto l’indignazione di fronte a scelte e decisioni che, a nostro avviso, non sono in linea con i principi fondanti della nostra Carta costituzionale.

I consiglieri comunali del Partito democratico

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“La giunta è ferma sul quartiere della Malpensata, ma i problemi restano”

Viabilità difficile e scarsa sicurezza stradale, mancanza di centri di aggregazione per residenti, degrado e criminalità: i problemi della Malpensata sono più di uno, e riconosciuti da tutte le parti politiche. Tanto che lo scorso 19 luglio in consiglio comunale maggioranza e minoranza hanno approvato un ordine del giorno sul quartiere, presentato dal Partito democratico, che invitava sindaco e giunta a una maggiore attenzione.
Ma, annunci a mezzo stampa a parte, per ora nulla di fatto:
“Il primo tavolo sulla Malpensata – commenta il consigliere Pd Giacomo Angeloni – si è tenuto lo scorso novembre, e guarda caso in coincidenza di un’assemblea voluta dai residenti. Poi, più nulla nonostante l’amministrazione abbia dichiarato sui giornali di voler passare all’azione. Non sappiamo però quali sono i metodi e gli obiettivi che il sindaco Tentorio si è prefissato: i problemi restano aperti, e sono perfino aumentati dopo che con l’avvio del coprifuoco in via Quarenghi alcune delle cause del degrado di quella zona hanno preferito “traslocare” in Malpensata”.
L’ordine del giorno approvato a luglio da maggioranza e opposizione chiedeva a sindaco e giunta, tra le altre cose, di avviare la realizzazione della zona 30 e di garantire una maggiore sicurezza agli abitanti del quartiere, anche con la presenza di un’unità di polizia municipale nelle zone del quartiere (e soprattutto vicino alle scuole) dove è più attivo lo spaccio di stupefacenti.
“Chiediamo dove siano finiti i buoni propositi del vice sindaco Gianfranco Ceci, del presidente della prima Circoscrizione Alessandro Trotta e dell’assessore alla Sicurezza Cristian Invernizzi – chiude il consigliere Angeloni – Come sempre solo annunci e niente fatti, mentre i residenti devono convivere ogni giorno con i problemi del quartiere”

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BARBONI-MARTINA (PD): “UN PIANO S.O.S. ANZIANI PER LA PROVINCIA DI BERGAMO”

Gruppo consiliare del Partito Democratico in Regione Lombardia

COMUNICATO STAMPA

BARBONI-MARTINA (PD): “UN PIANO S.O.S. ANZIANI PER LA PROVINCIA DI BERGAMO”

Carovita, pensioni basse, lato assistenziale sempre più difficile da garantire, rette delle RSA sempre più care. E’ questo lo scenario nel quale i sindacati hanno lanciato l’allarme a supporto dei pensionati bergamaschi. “Per questo a partire da settimana prossima abbiamo deciso di incontrare le organizzazioni dei pensionati per provare a delineare una road map – spiegano i consiglieri del Pd Maurizio Martina e Mario Barboni – ossia un vero e proprio piano operativo in soccorso a questa fascia oggi particolarmente debole della popolazione”.

La Regione non può scaricare la non autosufficienza sulle famiglie così come l’incremento del costo delle rette delle RSA non può, secondo il Pd, scaricarsi sugli utenti già sofferenti per la perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni. In provincia di Bergamo di sono 59 RSA (per un tot di 5160 posti) e la retta media annuale a carico delle famiglie è di 20.100 euro, molto più del 50% di quota alberghiera prevista per legge. Nonostante questo ci sono 6492 persone in lista d’attesa.

“Serve un piano per rispondere adeguatamente all’SOS lanciato dai sindacati, il welfare famigliare questa volta non reggerà”. Gli amministratori locali bergamaschi e le associazioni del settore hanno dimostrato grave preoccupazione. A oggi il bilancio regionale prevede un taglio che porterebbe la provincia di Bergamo dai 9 milioni dell’anno scorso ai 4,2 milioni di euro di quest’anno che sarebbero serviti a  garantire la tenuta dei servizi sul territorio. “La Regione ha il dovere di rispondere rapidamente a questo tema rifinanziando il Fondo Sociale regionale almeno a livello di quello dell’anno scorso, cioè 85 milioni di euro per tutta la regione – dicono i consiglieri  – è in questi giorni in discussione in Commissione una proposta di legge nella quale chiediamo, tra l’altro, il rifinanziamento del Fondo per la non Autosufficienza”.

Milano, 10 marzo 2011

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Per un federalismo vero, le proposte del Pd – Intervento di Antonio Misiani

A centocinquanta anni dall’Unità d’Italia il tema della riforma federalista dello Stato rappresenta una grande incompiuta della Seconda Repubblica.
Quattordici anni fa, nel 1997, le leggi Bassanini hanno avviato il federalismo a costituzione invariata.
Nel 2000 la riforma del Titolo V della Costituzione ha segnato una tappa fondamentale, stabilendo all’articolo 114 la pari dignità degli enti territoriali con lo Stato, all’articolo 117 il principio della potestà legislativa delle regioni su tutte le materie non espressamente elencate (un principio tipico degli stati federalisti) e all’articolo 118 ha introdotto il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale.
Il resto è storia recente: nel marzo 2009 l’approvazione (con l’astensione del PD) della legge delega sul federalismo fiscale e da febbraio 2010 ad oggi l’esame dei decreti attuativi in Commissione bicamerale.

E’ un processo lungo e contrastato, come si vede. Ma è irreversibile. Indietro non si torna. Tutti i grandi Paesi europei hanno affrontato la sfida del governo di società sempre più complesse dotandosi di sistemi istituzionali multilivello. In Germania e Spagna esplicitamente federalisti, in Gran Bretagna e in Francia devolvendo crescenti poteri alle comunità territoriali.

Il bilancio di questi quattordici anni è però in chiaroscuro: di fatto l’Italia è ancora in mezzo al guado.

In teoria il nostro modello statuale è quasi federalista. In realtà il nuovo Titolo V è rimasto in gran parte sulla carta. La storia di questi anni ci racconta la moltiplicazione dei conflitti di competenza tra Stato e Regioni e le spinte di riaccentramento dei poteri e delle risorse.

L’assetto definito dalla Costituzione avrebbe bisogno di ulteriori modifiche, a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, ma nella XVI legislatura nulla si è mosso.
Il Codice di autonomie è stato approvato in prima lettura dalla Camera, ma è fermo al Senato.
L’attuazione del federalismo fiscale va avanti ma è partita in ritardo, come dimostra la proroga di quattro mesi chiesta e ottenuta dal ministro Calderoli, e come vedremo sta deragliando dai binari della legge delega del 2009.

Proprio il federalismo fiscale è oggi il terreno più importante e delicato su cui si muove il processo di riforma federalista.

E’ un terreno importante innanzitutto sotto il profilo quantitativo: oggi i comuni, le province e le regioni gestiscono un terzo della spesa primaria corrente, 243 miliardi di euro. Viene governata a livello territoriale il 98% della spesa sanitaria, l’81% di quella per la casa, il 75% della spesa per la protezione dell’ambiente, il 61% della spesa sociale non previdenziale.
La posta in gioco del federalismo fiscale è alta: in gioco ci sono alcuni fondamentali diritti di cittadinanza. Il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto all’assistenza. Dall’esito del processo di attuazione del federalismo fiscale dipenderà un pezzo cruciale del nostro modello di società.

La legge 42 del 2009, che in parte è figlia anche del PD, ha delineato un modello di federalismo cooperativo, in coerenza con i principi della Costituzione.
Il punto di equilibrio della legge sta scritto nell’articolo 18, che esplicita l’obiettivo non solo della convergenza dei costi e dei fabbisogni standard dei vari livelli di governo, ma anche della convergenza degli obiettivi di servizio ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e alle funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, comma 2, lettere m) e p) della Costituzione.
Efficienza della spesa ma anche livelli essenziali delle prestazioni, dunque.

I decreti attuativi che vengono via via discussi in Bicamerale si stanno discostando sempre più da quel punto di equilibrio, a causa di scelte politiche e fattori di contesto.

Il fattore di contesto più importante è la politica economica del governo, che ha scaricato sugli enti territoriali una parte sproporzionata dello sforzo di risanamento dei conti pubblici.
Tra il 2007 e il 2010 il deficit pubblico complessivo si è impennato da 23 a 71 miliardi. Il 90% di questo peggioramento si è registrato a Roma, nelle amministrazioni centrali. Ma la manovra 2011-2013 ha concentrato sugli enti territoriali il 40% della correzione del deficit.
Serviva una svolta, per costruire su basi solide il federalismo fiscale. La svolta non c’è stata e i decreti attuativi hanno ratificato i tagli.
Gli enti locali partiranno dunque con meno risorse e gli spazi di autonomia faticosamente riconquistati verranno utilizzati non per offrire nuovi servizi, non per fare ulteriori investimenti, ma per tentare di recuperare i minori trasferimenti.
Per determinare i fabbisogni standard ci vorranno almeno tre anni. Nel frattempo i cittadini e le imprese, anche nel Nord, pagheranno più tasse per avere meno servizi di prima.

Non è questo quello che ci aveva promesso la Lega.

La politica centralista del governo sta imponendo una visione “minimalista2 del federalismo fiscale: in tutti i decreti attuativi vi è una assoluta prevalenza della convergenza dei costi e dei fabbisogni standard, mentre passa in secondo piano la convergenza ai LEP. Il tema della perequazione rimane indefinito e generico, sollevando parecchi dubbi sul grado effettivo di coesione che il sistema sarà in grado di garantire.

In secondo luogo, pesano le resistenze delle burocrazie romane. Ne stiamo avendo un chiaro esempio sul federalismo municipale, che porterà al trasferimento di molti meno beni rispetto a quanto ci si aspettava inizialmente.

Il federalismo fiscale, infine, rischia di pagare cari i condizionamenti dell’ideologia e i tatticismi di una certa politica.

Il dogma ideologico dell’assoluta intoccabilità della prima casa porterà a consolidare un assetto della fiscalità comunale squilibrato, in cui la principale imposta dei comuni graverà essenzialmente su soggetti non residenti,  in palese contraddizione con il principio “pago, vedo, voto”.
La necessità di avere il voto della SVP in Commissione bicamerale ha portato il governo ad escludere completamente dalla riforma le regioni a statuto speciale, riducendo di molto la portata innovativa del federalismo fiscale.
Anche i tempi di attuazione sono stati condizionati dai tatticismi: si è marciato a tappe forzate fino a qualche giorno fa, quando le elezioni politiche anticipate sembravano imminenti e la Lega aveva bisogno della bandierina da innalzare. Ora che le elezioni sembrano allontanarsi, il governo ha concesso (bontà sua…) quella proroga che noi avevamo chiesto invano un mese fa.

La risultante di tutte queste dinamiche è, per il momento, una riforma debole, al di sotto delle necessità, del tutto scollegata da un disegno organico di modernizzazione delle istituzioni.

Non tutto è da buttare, intendiamoci. Rispetto alla totale paralisi attuale, ci sono alcuni passi in avanti. Ma non siamo certo di fronte ad un cambiamento epocale: questa riforma rischia di lasciare aperti gran parte dei problemi che doveva risolvere, a partire da quello che Tremonti ha chiamato l’albero storto della finanza pubblica.

In questa situazione, il PD ha il dovere di incalzare chi ci governa. Deve farlo però con l’ambizione di una grande forza riformista, che non vuole tornare indietro e non intende difendere l’esistente.

In Aula alla Camera Pierluigi Bersani ha pronunciato parole chiare: “il concetto stesso di federalismo fiscale lo abbiamo introdotto noi e lo abbiamo messo in Costituzione. Siamo interessati a fare il federalismo fiscale. Dunque, se lo si fa e lo si fa per bene, noi votiamo a favore; se non lo si fa e si fa un pasticcio, noi votiamo contro”.

Bene, sono d’accordo. Io faccio un passo in più e dico che deve essere il PD a rilanciare l’agenda federalista, rilanciando su un terreno autonomista.

Sul federalismo fiscale è necessario recuperare le ambizioni e la sequenza logica della legge 42:
-    decidere chi fa che cosa;
-    stabilire i LEP;
-    fissare i costi e i fabbisogni standard;
-    riorganizzare di conseguenza l’ordinamento finanziario degli enti territoriali.

Dobbiamo rilanciare il confronto sul Codice delle autonomie, sfidando il centrodestra a modernizzare con coraggio il sistema delle autonomie locali, nella consapevolezza che difendere tutto e tutti porta dritti dritti ai tagli lineari che mettono nello stesso calderone virtuosi e non virtuosi.

Dobbiamo, infine, riaprire la discussione sulla carta costituzionale: è necessario mettere mano alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni e trasformare il Senato in una Camera delle Regioni e delle Autonomie locali. Ed è necessario attuare ciò che in Costituzione è già scritto. Personalmente ho una convinzione: la strada verso il federalismo in Italia passa necessariamente dal comma 3 dell’articolo 116, che apre la possibilità di un modello “a geometria variabile” sicuramente più adatto ad un Paese segnato da profondi divari territoriali.

Questi sono i punti fondamentali di una possibile agenda federalista del PD.
Ho concluso.

Nel 1861, come ha ricordato a Bergamo il Presidente Napolitano, la visione accentratrice di Mazzini e dei risorgimentali moderati prevalse sul progetto federalista di Carlo Cattaneo.
La vocazione autonomista della Costituzione del 1948 rimase inattuata per molti decenni.
Oggi, a centocinquanta anni dall’Unità d’Italia, dobbiamo essere consapevoli che la nuova Repubblica, per rimanere unita, non può che essere federale.

Se, come sembra, avremo un po’ di tempo in più, il mio auspicio è che questo tempo venga utilizzato per fare le cose per bene. Per costruire un federalismo fiscale condiviso e, soprattutto, utile all’Italia.

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Se non ora quando? Adesso!

LE DONNE DANNO I NUMERI
• Le donne sono il 60% dei laureati, ma solo il 46% di chi lavora.
• Sono il 42% dei magistrati, il 32% dei medici, il 42% degli avvocati, il 30% degli imprenditori ma guadagnano, in media, il 20% in meno degli uomini a parità di lavoro.
• Lavorano più degli uomini tra professione e lavoro di cura ma i loro contratti sono a part-time e a tempo determinato più di quelli degli uomini, e più di loro sono precarie.
   In Italia (tra gli ultimi paesi d’Europa) solo il 21% dei deputati e il 19% dei senatori è donna. Nel governo ci sono solo 5 ministre, di cui 3 senza portafoglio
• Nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa la presenza femminile è solo del 3% (in Norvegia è pari al 42%).
• Il 68% delle donne tra i 20 e i 49 anni ha un’occupazione se non ha figli, il 60% se ha un figlio, il 54% se ha due figli.
• In Italia, la spesa per le politiche sociali e familiari rappresenta l’1.3% del PIL, meno della metà della media europea, un terzo della Francia
• Le donne fanno il 77% del lavoro familiare
• Solo il 10% dei bambini da zero a due anni frequenta un nido. Il welfare per i piccoli è rappresentato dai nonni (chi li ha)
• Alle richieste di part time e orari flessibili spesso le aziende rispondono negativamente (mobbing strategico)
• Il 40% delle donne sotto i 40 anni (e il 55% di quelle sotto i 30 anni) non può fruire delle tutele sulla maternità previste dalla legge perchè non ha un lavoro a tempo indeterminato

 Se non ora quando… a Bergamo
 
Parte seconda

E’ passato quasi un mese dalla grande manifestazione del 13 febbraio.
Lì ci siamo ritrovati in tante e tanti. E’ stato bellissimo.
Ma mobilitarsi solo un giorno non basta. Sappiamo che ora è indispensabile continuare a farci sentire
L’Italia non è un paese per donne e noi vogliamo che lo sia.
Nell’anno in cui si celebra il 150esimo dell’Unità d’Italia, diamo ancora più valore all’8 marzo, giornata nata più di un secolo fa per onorare le lavoratrici di tutto il mondo, diventata nel tempo festa delle donne e oggi occasione di rinascita per il nostro Paese.
Vogliamo che la settimana dell’8 marzo sia, come il 13 febbraio, un momento di tutte.

Perciò domenica 13 marzo ci ritroviamo sempre la mattina a Bergamo nello stesso posto di un mese fa per tenere alta l’attenzione e lanciare il nostro messaggio.
Un messaggio fatto dell’indignazione, del valore e del contributo di ognuna di noi.
Di certo anche tu hai qualcosa da dire.
Vieni domenica mattina: ci saranno tanti fili su cui appendere dei fiocchi rosa, come simbolo per dare corpo alla presenza e alle idee di donne e di uomini che non trova spazio nella triste cronaca di questi mesi.  Puoi anche portare e scrivere un messaggio su cosa pensi, cosa non va, cosa fanno le donne vere, cosa serve a te e all’Italia.
Sarà il nostro momento di festa per la giornata della donna dell’8 marzo, perché è una Festa ritrovarci tutte e sapere che ci siamo. Sarà soprattutto ancora un momento per dare corpo alla nostra voce.

Più saremo, più saremo visibili e più sarà facile accendere i riflettori sulle nostre idee.

Basta poco tempo ma è indispensabile la tua presenza.
Domenica mattina ti chiediamo di fare tre cose semplici:
- venire dalle 10 alle 12 in via XX settembre alle Colonne di Prato (dove ci siamo trovati anche il 13 febbraio)
- portare un fiocco rosa
- appenderlo ai fili tesi  insieme a tutti gli altri in centro alla città

Per dare una mano all’Italia a cambiare c’è bisogno delle donne e di crede in noi.
Per dare una mano all’Italia a cambiare, c’è bisogno di darci una mano..
Se non ora, quando?

Per adesioni a Se non ora quando…a Bergamo: rete13febbraio.bergamo@email.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Appello: http://senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com/

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