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Provincie e autonomia: un’altra incompiuta per Maroni

Oggi il Consiglio Regionale ha varato una riforma parziale che toglie risorse agli amministratori locali ediscrimina i cittadini di montagna.

Maroni lascia più di 200 tra funzioni e competenze alle province ma non dà i soldi a sufficienza per svolgerle. L’anno scorso per le funzioni delegate quali formazione, lavoro, turismo, ambiente e agricoltura, la Regione metteva a disposizione complessivamente 214 milioni di euro a cui si aggiungevano 50 milioni finanziati dalle province stesse. Adesso la Giunta assicura solo 195 milioni di euro ai quali bisogna togliere circa 12 milioni destinati all’agricoltura, alla caccia e alla pesca che rimangono in capo alla Regione. Su questi presupposti si aprono grossi interrogativi sul modo in cui gli amministratori locali potranno assicurare questi servizi essenziali ai cittadini in particolare la Regione non è stata in grado di chiarire ancora in che modo si riuscirà ad assicurare le risorse per l’assistenza e per il trasporto degli alunni disabili. Il PD si è astenuto in polemica con l’atteggiamento tenuto dalla Giunta regionale sia per i finanziamenti sia per quel che concerne il tema dell’ autonomia montana.

Maroni ha commesso un doppio errore, da un lato ha elevato troppo le aspettative dei cittadini della provincia di Sondrio promettendo loro lo statuto d’autonomia come quello di Bolzano e di Trento ma rispondendo solo parzialmente alle richieste del territorio. Dall’altro discrimina i cittadini di montagna della stessa regione: non si capisce perché gli abitanti delle comunità montane delle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Como e Varese, che vivono gli stessi problemi e disagi della provincia di Sondrio devono avere una differenza di trattamento. Sondrio è l’unica provincia amministrata dal centrodestra ci auguriamo che le decisioni non vengano prese solo in base al colore politico.

Come unica nota positiva e di innovazione istituzionale, infine, il provvedimento, grazie all’azione del Partito democratico, introduce la possibilità di individuare zone omogenee per la gestione associata delle funzioni comunali e di quelle delegate dalla Regione. Questo passaggio permetterà di costruire un nuovo modello di governance degli enti locali.

 

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Province: un passo avanti

Oggi il Senato ha approvato il disegno di legge “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni” noto come Ddl Delrio. Ora la Camera ha tempo fino al 7 aprile per la definitiva approvazione (qui trovate il testo del maxiemendamento del Governo con il testo votato).

Se il testo diventerà legge sarà il primo vero intervento di riorganizzazione e razionalizzazione degli enti locali portato a compimento dagli anni ’70. Si può sempre fare meglio, sempre. Anche in questo caso, ma spesso il meglio è il nemico del bene.
Se come sembra la Camera confermerà quanto votato dal Senato (a Montecitorio la discussione inizierà già lunedì) vedranno finalmente la luce le città metropolitane, sono trent’anni che se ne parla a vuoto; le province come abbiamo imparato a conoscerle spariranno, sostituite da enti di secondo livello fatti da Sindaci e consiglieri comunali (enti decisamente più economici e operativi) e si correggerà la grande ingiustizia della legge Calderoli che, inneggiando al taglio delle “poltrone” della politica, nel 2011 dimezzò il numero dei consiglieri comunali nei piccoli Comuni, veri e propri volontari nelle nostre comunità.
Nel dettaglio:
- CONSIGLI COMUNALI
Per i comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dieci consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a due.

Per i comuni con popolazione da 3.000 a 10.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dodici consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a quattro.
- TERZO MANDATO SINDACO
Per i Comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, non si applicherà il divieto di rielezione del sindaco per un terzo mandato; sarà comunque consentito un massimo di tre mandati.
- RAPPRESENTANZA DI GENERE
Nei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nelle Giunte nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura inferiore al 40%.
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Insieme in Lombardia: quinta tappa

Il lago, le industrie, i gruppi di acquisto solidale e le infrastrutture nella quinta tappa di questo viaggio nella nostra provincia.
Siamo partiti da Azzate dove abbiamo conosciuto la realtà dei gruppi di acquisto solidale. Sull’argomento in questa legislatura come Pd abbiamo presentato un progetto di legge. La nostra proposta insieme alla promozione dei Gas (che hanno trovato un fondamento istituzionale con la legge finanziaria del 2007) ha anche l’obiettivo di valorizzare le piccole e medie imprese agricole, per lo più a conduzione familiare, che operano sul territorio regionale. Tra le finalità, oltre alla concessione di contributi economici ai gas c’è l’incentivazione dell’uso nei servizi di ristorazione collettiva pubblici e privati di prodotti agroalimentari locali, da filiera corta e di qualità.

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A Daverio abbiamo discusso con il sindaco e la giunta di acqua e di reti idriche. La provincia di Varese l’unica a non aver approvato l’ATO, bloccando di fatto investimenti importanti per il territorio: questa è una grande responsabilità della Lega che la provincia di Varese.
Diverso il tema affrontato a Brunello: comuni e imposte. Il caso di Brunello, ad esempio, un piccolo comune con una zona industriale importante: lasciare tutta l’IMU sulle attività produttive alle casse del Comune permetterebbe di abbassare la pressione fiscale sulle PMI.
A Lozza, “ovviamente”, parliamo di infrastrutture. In pieno cantiere pedemontana, un milione e cinquecentomila euro di compensazioni in arrivo. Regione Lombardia deve intervenire per utilizzare queste risorse sia per interventi di compensazione ambientale, ma anche per interventi sociali (la ristrutturazione delle scuole), in questo momento prioritari.

Domani, sabato 19 gennaio, sesta tappa: BRUSIMPIANO, CUASSO AL MONTE, BISUSCHIO E INDUNO

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Province: altro che deroghe!

In Commissione affari Costituzionali del Senato sono stati presentati ieri gli emendamenti al Decretosul riordino delle Province.
Lo dico subito: alcuni di questi sono irricevibili.Non solo vi è ancora il tentativo di salvare Terni, Isernia e Matera (rispolverando il criterio di almeno due province per Regione), ma addirittura, introducendo il criterio dei km di confine, se approvati i nuovi emendamenti salverebbero anche Rieti e Benevento.
Noi siamo gente seria e responsabile, ma non ci facciamo prendere in giro. Le regole o valgono per tutti o per nessuno. Non ci può essere spazio per deroghe senza alcun fondamento. Meglio piuttosto fermarsi e tornare a quanto originalmente previsto dal decreto “salva Italia” (trasformazione di tutte le Province in enti di secondo livello guidate dai sindaci che avrebbero eletto un piccolo organismo direttivo e il presidente).
Se non verranno ritirati gli emendamenti concordati a Roma, il Partito Democratico lombardo chiederà ai propri parlamentari di non votarli.
In particolare, per quanto riguarda il nostro territorio, l’emendamento proposto dal relatore del Popolo della libertà, prevede l’istituzione di due province: quella di Monza con Lecco e quella di Como con Varese. Complice l’ulteriore emendamento che accelera la possibilità per i Comuni di passare da una provincia all’altra, ciò che resterebbe delle province di Como e Varese sarebbe un nuovo ente locale che non porterebbe alcun vantaggio in termini di servizi ai cittadini e finirebbe per essere un’area periferica della Lombardia, marginale nelle scelte strategiche della Regione. Non possiamo che essere contrari. E questo anche alla luce dell’emendamento che propone di spostare il nuovo capoluogo dalla città più popolosa alla provincia più popolosa (quindi Varese e non Como), perchè questa non può ridursi ad una battaglia di campanile dimenticando l’obiettivo finale di quella che doveva essere una riforma storica: dare più servizi ai cittadini riducendo i costi.

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Province, non colta la vera sfida: una moderna rete di servizi a costi più contenuti

Il riordino delle province lombarde in sette circoscrizioniprevisto dal decreto legge è una decisione calata dall’alto, con un’attenzione esasperata alla ridefinizione dei confini.
Non abbiamo colto la vera sfida: costruire una moderna rete di servizi per i cittadini a costi più contenuti. Il Parlamento ora rimedi a un tale errore. L’attenzione è stata focalizzata eccessivamente sulla ridefinizione di confini territoriali, trascurando il punto centrale ovvero: cosa cambierà per i cittadini, quali servizi saranno assicurati, come e da chi.
La discussione doveva partire dal modello di governance: individuando le città polo di riferimento a cui riassegnare le funzioni tolte alle Province. Crediamo sia necessario mantenere i servizi quanto più vicini alla cittadinanza,favorendo aggregazioni e gestioni associate da parte dei Comuni. La Regione individui subito gli ambiti ottimali affinché i Comuni possano esercitare in maniera associata funzioni e servizi migliorandone la qualità e l’efficienza.

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Così non va

Il Consiglio delle autonomie locali, chiamato a formulare una proposta di riassetto delle Province lombarde in accordo con i criteri della spending review del governo Monti, ha oggi deciso per l’introduzione di tre deroghe, per le province di Mantova, Monza e Sondrio. Le uniche aggregazioni sarebbero dunque quelle diVarese, Como e Lecco e di Cremona e Lodi.

Così non va, e stupisce la mancanza di risultati degli amministratori della provincia di Varese (i leghisti Galli e Fontana su tutti). Questo quadro è irricevibile. È evidente che la spending review lanciava una sfida per il riassetto dell’amministrazione locale, ponendo la questione della nuova Provincia policentrica, a cui era necessario rispondere con coraggio e volontà di innovazione. Così non è stato e l’introduzione di deroghe per ben tre province di fatto sconfessa la linea proposta dal Governo, mettendo in dubbio anche la possibilità di effettuare quella riforma degli enti territoriali che attendiamo da anni e che potrebbe incrementarne l’efficienza e l’efficacia.

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Le “nuove” Province

Si chiude domani, con la riunione del Consiglio delle Autonomie Locali (CAL), il percorso istruttorio per il riordino delle province lombarde.

Rispetto agli incontri precedenti non sono emerse novità. Si va verso un ridimensionamento nel numero; salve Milano, Pavia, Bergamo, Brescia, Sondrio (con deroga) e Mantova (con deroga).Accorpate invece Lodi con Cremona e Varese con Monza, Como e Lecco.

Questa è la proposta che probabilmente domani verrà formalizzata e che dovrà essere approvata dal Consiglio Regionale prima del definitivo via libera del Governo.

Non ho mai nascosto la preferenza mia e del Pd per la riforma come originalmente prevista dal decreto “salva Italia” (la quale prevedeva la trasformazione di tutte le Province in enti di secondo livello guidate dai sindaci che avrebbero eletto un piccolo organismo direttivo e il presidente) ma ritengo decisivo raccogliere la sfida del cambiamento che porti ad una modifica dell’attuale stato di fatto.

Bisogna cioè evitare di focalizzare eccessivamente l’attenzione sulla semplice ridefinizione di confini territoriali (e cadere nella trappola della difesa di interessi particolari e di posizione) tralasciando ciò che in realtà alla politica deve interessare e di cui deve occuparsi: cosa cambierà per i cittadini e quali servizi saranno assicurati, come e da chi. Sarà quindi prioritario occuparsi di tutte quelle funzioni (103) che vengono tolte alle Province e verrebbero, in prima istanza, riattribuite a Regione Lombardia: ciò che noi crediamo necessario è mantenere tali funzioni quanto più vicine alla cittadinanza, favorendo dunque aggregazioni e unioni di Comuni tali da creare ambiti ottimali sufficientemente ampi da poter gestire nel migliore dei modi i relativi servizi, efficientemente ed economicamente.

Come Partito Democratico lombardo vogliamo sostenere queste istanze di riforma e cambiamento in seno al Consiglio Regionale e presso la Giunta,  sollecitandone una presa di posizione e l’azione normativa di propria competenza in materia per accompagnare questo percorso, non dimenticando mai l’obiettivo finale: reale miglioramento della governanceaffiancato ad un concreto risparmio di risorse.

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La nuova provincia

Da un punto di vista simbolico e mediatico sembra facile parlare di eliminazione delle province. Quando si inizia a fare sul serio è un po’ piùcomplesso. Le Istituzioni, le amministrazioni periferiche dello Stato, il sistema camerale con le associazioni di categoria, i sindacati e il sistema sanitario sono organizzati da tempo su scala provinciale. Con personale, strutture, sedi. E con la conseguente ricaduta economica sul territorio.

Abbiamo accettato la sfida del Governo, anche se – bisogna dirlo – ha posto criteri eccessivamente restrittivi.

Ecco perchè bisogna procedere con buon senso, ascoltando sia gli amministratori locali che gli attori economici e sociali delle diverse province.
Iniziamo domenica 2 settembre, a Varese alle ore 21.00 presso la Festa democratica della Schiranna con il dibattito “Verso una nuova provincia”nel quale mi confronterò con Attilio Fontana (Sindaco di Varese), Mario Lucini(Sindaco di Como) e Roberto Scanagatti (Sindaco di Monza).
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Salvare Isernia?

Non ci siamo proprio. Oggi in commissione bilancio al Senato è stato presentato un emendamento, firmato da esponenti di Pdl e Pd, che introduce una norma ad hoc per salvare le province di Matera, Terni e Isernia dalla scure della “spending review”. Secondo il testo infatti ogni regione a statuto ordinario dovrà avere almeno due province.

I partiti della maggioranza ci ripensino e cambino rotta immediatamente.

In Lombardia siamo pronti ad accettare la sfida della costruzione di un nuovo assetto degli enti territoriali valutando l’accorpamento di province con territori popolosi ed estesi, come sono quella di Varese, esclusa per limiti territoriali nonostante abbia quasi 900mila abitanti, o quelle di Como e di Monza e Brianza. Ma non possiamo accettare accordi al ribasso per i quali ogni volta che si prende una decisione c’è sempre qualcuno che proponederoghe incomprensibili, con argomenti francamente risibili rispetto al passaggio epocale che stiamo affrontando. In Lombardia abbiamo province consistenti per territorio, numero di abitanti e di comuni, che non sono nemmeno comparabili alle tre che si vorrebbero salvare. Noi vorremmo parlare, pur con qualche perplessità sui criteri adottati, di una revisione degli enti territoriali che vada incontro alle linee guida della spending review per razionalizzare i costi e garantire servizi migliori ai cittadini, ma se comincia il gioco delle deroghe la discussione perde di senso.

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Accettiamo la sfida

L’accorpamento e la trasformazione delle province è una sfida che va colta. L’obiettivo è la costruzione, al posto delle dodici province lombarde, di ambiti territoriali omogenei diversi dagli attuali, che non devono necessariamente ricalcare i confini amministrativi conosciuti fin qui. E ciò vale anche per Varese dove è opportuno che si apra al più presto una fase di ascolto delle autonomie locali.

Accettiamo quindi la sfida, anzi, stiamo già lavorando a una proposta che condivideremo con i livelli politici e con gli amministratori locali del PD e poi formuleremo nelle sedi appropriate, sapendo che va colta l’occasione per ripensare gli assetti della pubblica amministrazione in Lombardia.

Avremmo certamente preferito che il governo formulasse criteri meno restrittivi, soprattutto rispetto alla superficie, anche perché le nuove province saranno enti di secondo livello, governate da un consiglio e un presidente eletti dai sindaci: rischiamo di avere amministrazioni che agiscono su un territorio molto vasto, suddiviso in un gran numero di comuni, dunque difficili da gestire e con una legittimazione democratica limitata. È una criticità che sarebbe da riconsiderare, così come andrebbero ripensate le funzioni delegate dalle Regioni, che non possono essere solo la tutela ambientale e la viabilità. Al contempo devono essere pienamente valorizzate le gestioni associate di servizi e funzioni dei comuni, coinvolgendo con incentivi anche quelle per i municipi sopra i cinquemila abitanti.

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