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Maroni restituisca i soldi ai frontalieri

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Oggi è stata una giornata importante per i lavoratori frontalieri, la Camera ha infatti approvato la mozione presentata dal Partito Democratico che impegna il Governo a tutelare il trattamento economico dei lavoratori frontalieri e il sistema dei ristorni ai Comuni negli atti e nelle leggi di ratifica dell’accordo con la Confederazione elvetica.

A questo link il testo integrale della mozione.

Nella discussione della mozione il vice ministro dell’economia Luigi Casero a nome del Governo è intervenuto per confermare che i lavoratori frontalieri non devono pagare alcun contributo per iscriversi al sistema sanitario nazionale. Pertanto sono illegittimi i pagamenti che l’ex Asl di Varese ha preteso. Maroni ha sbagliato e ora Regione Lombardia restituisca i soldi ingiustamente richiesti. 

A questo link l’intervento del vice ministro Casero in aula.

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Bene il Governo

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Province: un passo avanti

Oggi il Senato ha approvato il disegno di legge “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni” noto come Ddl Delrio. Ora la Camera ha tempo fino al 7 aprile per la definitiva approvazione (qui trovate il testo del maxiemendamento del Governo con il testo votato).

Se il testo diventerà legge sarà il primo vero intervento di riorganizzazione e razionalizzazione degli enti locali portato a compimento dagli anni ’70. Si può sempre fare meglio, sempre. Anche in questo caso, ma spesso il meglio è il nemico del bene.
Se come sembra la Camera confermerà quanto votato dal Senato (a Montecitorio la discussione inizierà già lunedì) vedranno finalmente la luce le città metropolitane, sono trent’anni che se ne parla a vuoto; le province come abbiamo imparato a conoscerle spariranno, sostituite da enti di secondo livello fatti da Sindaci e consiglieri comunali (enti decisamente più economici e operativi) e si correggerà la grande ingiustizia della legge Calderoli che, inneggiando al taglio delle “poltrone” della politica, nel 2011 dimezzò il numero dei consiglieri comunali nei piccoli Comuni, veri e propri volontari nelle nostre comunità.
Nel dettaglio:
- CONSIGLI COMUNALI
Per i comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dieci consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a due.

Per i comuni con popolazione da 3.000 a 10.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dodici consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a quattro.
- TERZO MANDATO SINDACO
Per i Comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, non si applicherà il divieto di rielezione del sindaco per un terzo mandato; sarà comunque consentito un massimo di tre mandati.
- RAPPRESENTANZA DI GENERE
Nei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nelle Giunte nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura inferiore al 40%.
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L’incoerenza di Maroni

ROBERTO MARONI INTERVIENE ALLA FESTA DEL PDLL’incoerenza del presidente di Regione Lombardia è ormai evidente. Ma la “novità” è che ora Maroni non ha più alibi: deve rimodulare i ticket sanitari per renderli più equi. Ieri infatti, con l’approvazione in Consiglio dei ministri della legge di stabilità, il governo ha confermato che non prevede tagli al servizio sanitario regionale.
La realtà quindi è che gli unici veri tagli alla sanità li ha fatti il governo Berlusconi quando Maroni era ministro. E ancora li stiamo pagando. La somma dei tagli di quel governo alla sanità lombarda è di 420 milioni di euro, che la Regione ha compensato in parte facendo pagare ai cittadini in modo indiscriminato un superticket sugli esami fino a 66 euro.
Sosteniamo da anni che i ticket sanitari regionali lombardi sono iniqui perché non tengono conto del reddito dei cittadini. Ricordo che la Lega ha fatto tante promesse e non ha ancora fatto nulla. È ora per l’amministrazione Maroni di passare davvero dai programmi ai fatti, non solo per slogan.

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Province, non colta la vera sfida: una moderna rete di servizi a costi più contenuti

Il riordino delle province lombarde in sette circoscrizioniprevisto dal decreto legge è una decisione calata dall’alto, con un’attenzione esasperata alla ridefinizione dei confini.
Non abbiamo colto la vera sfida: costruire una moderna rete di servizi per i cittadini a costi più contenuti. Il Parlamento ora rimedi a un tale errore. L’attenzione è stata focalizzata eccessivamente sulla ridefinizione di confini territoriali, trascurando il punto centrale ovvero: cosa cambierà per i cittadini, quali servizi saranno assicurati, come e da chi.
La discussione doveva partire dal modello di governance: individuando le città polo di riferimento a cui riassegnare le funzioni tolte alle Province. Crediamo sia necessario mantenere i servizi quanto più vicini alla cittadinanza,favorendo aggregazioni e gestioni associate da parte dei Comuni. La Regione individui subito gli ambiti ottimali affinché i Comuni possano esercitare in maniera associata funzioni e servizi migliorandone la qualità e l’efficienza.

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Comuni e spending review

La “spending review” del Governo ha introdotto dei tagli pesanti agli enti locali ma anche importanti novità in tema di Comuni e Province. Per quanto riguard

a quest’ultime bisognerà attendere l’emanazione nei prossimi giorni del decreto che definirà con precisione i criteri di accorpamento.

Per quanto riguarda invece i Comuni,il decreto legge varato dal Consiglio dei Ministri recepisce finalmente buona parte delle proposte avanzate dal Partito Democratico e da ANCI sulla gestione associata dei servizi.
E’ infatti cancellato l’articolo 16 della manovra Bossi-Berlusconi dello scorso agosto che costringeva ad utilizzare un tipo di unione penalizzante per i Comuni tra i 1000 e i 5000 abitanti e disincentivante per quelli con meno di 1000 abitanti. Si introduce invece un “regime prevalente” uguale per tutti i Comuni sotto i 5000 abitanti (o 3000 nel caso di Comuni montani), che potranno così utilizzare o lo strumento della convenzione oppure quello dell’unione prevista dal Testo Unico degli enti locali (dlgs 267/2000).
Il decreto stabilisce poi nove funzioni fondamentali da gestire in maniera associata:
a) organizzazione generale dell’amministrazione, b) organizzazione dei servizi pubblici, c) catasto, d) pianificazione urbanistica ed edilizia, e) protezione civile , f) raccolta e smaltimento dei rifiuti e la riscossione dei relativi tributi, g) servizi sociali, h) servizi scolastici, i) polizia municipale.
I Comuni con meno di 5000 abitanti (o 3000 in caso di Comuni montani) dovranno gestire in maniera associata tre delle funzioni sopra citate entro il 1° gennaio 2013 e le restanti entro il 1° gennaio 2014.
Rimane da chiarire la normativa sull’applicazione del patto di stabilità alle unioni, che, secondo il testo del Governo si applicherebbe solo alle unioni che si istituiscono secondo il vecchio “articolo 16” (ipotesi che a questo punto diventa residuale).
Il testo inoltre prevede nuovi incentivi per le fusioni. Infatti a decorrere dall’anno 2013, il contributo straordinario per i Comuni che daranno luogo alla fusione sarà commisurato al 20 per cento dei trasferimenti erariali attribuiti per l’anno 2010.
Nelle prossime settimane i livelli regionali saranno chiamati a dar ulteriore attuazione alla normativa nazionale, cambiando o confermando i limiti demografici minimi delle unioni e delle convenzioni. Come Lombardia a dicembre avevamo già abbassato i limiti demografici minimi a 5000 abitanti (3000 per i Comuni montani), stiamo ora verificando se necessario intervenire per confermare le modifiche fatte.
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Ospedali e spending review

La spending review del Governo incide profondamente sul settore della sanità. Il necessario contenimento della spesa non deve però tradursi in tagli lineari, così come invece ha fatto la manovra Berlusconi-Bossi dell’agosto 2011 che inciderà sul 2013-2014 per 8 miliardi, di cui 2 di aumento dei ticket.

Detto questo, le decisioni della spending review dovranno comunque passare dal Patto per la Salute. Regione Lombardia avrà dunque un margine di autonomia nell’attuazione delle misure. Se non potremo, come sembra, evitare la diminuzione dei posti letto, è fondamentale che ciò avvenga attraverso una razionalizzazione della rete ospedaliera, finalizzata non alla mera chiusura dei presidi più piccoli (nel testo uscito dal Consiglio dei Ministri è stata cancellata la norma annunciata sulla chiusura dei nosocomi con meno di 120 posti-letto), bensì alla definizione di una nuova vocazione per quelle strutture primariamente destinate alle funzioni riabilitative, di lungo degenza o di assistenza per sub acuti. Nell’ottica di un modello “hub and spoke” che tradotto significa un modello organizzativo caratterizzato dalla suddivisionetra centri di eccellenza per erogazione di assistenza ad alta complessità (centri hub) e una rete di servizi a supporto che garantisca la continuità della cura (centri spoke).

Naturalmente questa riorganizzazione necessaria della rete ospedaliera, non dovrà automaticamente abbattersi come una scure sulle zone più disagiate, privandole di presidi territoriali preziosi. Nelle aree montane e con più difficili collegamenti occorre infatti mantenere un presidio ospedaliero con la presenza di un pronto soccorso per le emergenze. Nell’ambito di questa riorganizzazione diventa ineludibile anche la razionalizzazione delle strutture di vertice delle aziende ospedaliere: qui occorre tendere al modello di un’azienda per provincia – salvo che per la provincia di Milano – in modo da rendere più efficace l’individuazione della missione dei singoli ospedali sul territorio e l’ottimizzazione delle funzioni e dei servizi comuni.

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No ai tagli al sociale

Questa mattina sotto il Pirellone si è svolta la manifestazione “No ai tagli! Sì alla vita indipendente e all’inclusione nella società”,  promossa da LEDHA/FISH Lombardia e F.A.N.D. e che ha ricevuto le adesioni da parte di tante associazioni lombarde, sindacati ed amministrazioni comunali.

Eravamo in tanti: circa duemila persone hanno sfilato per chiedere al Governo di ripristinare i fondi sociali, a partire da quello per la non autosufficienza, di riformare la normativa sulla partecipazione alla spesa dei servizi (Isee) non aumentando le richieste nei confronti delle persone con disabilità e di definire, finalmente, i Livelli essenziali assistenziali (Lea) e quelli per l’assistenza sociale (Liveas).

Alla Regione Lombardia invece i promotori chiedono di compensare con proprie risorse i tagli ai fondi sociali e permettere ai Comuni di svolgere le proprie funzioni, di vincolare questa aggiunta di risorse per finanziare i progetti di vita indipendente e di incrementare il finanziamento dei servizi sociosanitari sgravando di queste spese i Comuni e le famiglie, superando la non più sostenibile divisione tra i servizi sociosanitari e quelli socioassistenziali.

Il Partito Democratico da tempo si fa portavoce di queste richieste all’interno dell’istituzione regionale ed è di pochi giorni fa la notizia che Regione Lombardia ha stanziato, in assestamento di bilancio, 30 milioni di euro aggiuntivi per le politiche sociale e assistenziali, portando così ai livelli del 2011 (70 milioni di euro) il fondo sociale regionale. Per questo obiettivo ci siamo battuti in Commisione sanità, chiedendo che questi stanziamenti fossero destinati tutti sul territorio (evitando di trattenerne una parte per progetti regionali). E’ una prima buona notizia ma non basta. Come minoranza continueremo la nostra azione nelle commissioni e in aula per spingere Regione Lombardia a fare di più e a portare con forza queste istanze nella conferenza Stato-Regioni.

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Gioco d’azzardo: segnali incoraggianti

Il ministro Riccardi, che ha la delega alle dipendenze e ai giovani, ieri ha dichiarato:

Bisogna arrivare al divieto di pubblicità del gioco d’azzardo, come nel caso delle sigarette o, almeno, a una ferrea regolamentazione degli spot. Particolarmente esposti ai rischi di dipendenza dal gioco d’azzardo risultano essere gli appartenenti alle categorie più deboli: giovani, disoccupati, famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, anziani soli. Guardo con favore alla discussione che si apre domani in Senato sulla materia ma mi riservo anche a possibilità di intervenire direttamente. Lo Stato, che incassa molte risorse da questo settore, non può non occuparsi delle categorie più a rischio e dei problemi non marginali, spesso veri e propri drammi sociali, che il gioco d’azzardo produce”.

Nelle stesse ore, spinto dal progetto di legge in materia presentato dal Pd al Pirellone, l’assessore regionale alla Famiglia Boscagli dichiarava

Lo Stato sostiene il gioco d’azzardo e alle Regioni tocca sopportare il costo delle cure per la dipendenza da gioco. In Lombardia sono oltre 1.000 le persone che si sono rivolte ai nostri servizi contro le dipendenze per uscire dal tunnel del gioco, un numero molto significativo, che ci spinge a pensare alla realizzazione di strutture specifiche per queste nuove patologie. Dato che lo Stato sembra non poter fare a meno dei proventi del gioco, si provveda almeno a destinare una quota degli incassi alle regioni per potenziare i servizi di informazione, educazione e cura, sempre più indispensabili. Considerando che nel 2011 in Italia il gioco d’azzardo rappresenta la terza industria del Paese, con 76 miliardi di euro, basterebbe dirottarne l’uno per mille per iniziare ad affrontare i costi sociali indotti

Sono segnali interessanti che arrivano da Roma e da Milano. Non possiamo che accoglierli positivamente e con fiducia. Come Pd continueremo la nostra battaglia mettendo a disposizione di tutte le forze politiche il nostro progetto di legge, aperti a miglioramenti e contributi. Le azioni del Governo anche sul controllo dei gestori sono il segno di un approccio finalmente diverso al comparto dei giochi, la strada è ancora lunga ma il primo passo è, spesso, quello più importante.
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Sbloccare risorse

Accentrare le tesorerie comunali in una tesoreria unica nazionale è una decisione che deve essere riconsiderata dal governo Monti. I comuni hanno infatti bisogno di maggior autonomia e di poter utilizzare le proprie risorse senza aggravare l’iter burocratico.

La tesoreria comunale fu introdotta da Prodi nel 1997 e in questi anni ha garantito ai comunimaggior autonomia rispetto alla tesoreria unica. Veniamo peraltro da pesanti manovre finanziarie che hanno scaricato sugli enti locali pesi insostenibili sia con i tagli ai trasferimenti sia con l’aumento dell’obiettivo del patto di stabilità interno. Soprattutto quest’ultimo ha generato una situazione che ha visto i comuni lombardi accumulare nel 2011 oltre 6 miliardi di euro di residui passivi e ridurre la spesa per investimenti di circa il 20%, con un effetto ulteriormente depressivo sulla situazione economica del paese.

Con il ritorno al vecchio sistema di tesoreria unica nazionale gli enti locali non avranno più disponibilità diretta delle proprie risorse depositate presso il sistema bancario e il ragioniere si limiterà esclusivamente all’esecuzione di pagamenti e riscossioni senza gestire la liquidità dell’ente. Gli effetti negativi per i Comuni vengono stimati in 300 milioni di euro, per non parlare della ricaduta sulle aziende fornitrici in termini di velocità e certezza dei pagamenti. I Comuni sono un tassello troppo importante e in questo momento in particolare vanno sostenuti, aiutandoli a fare meglio e rendendogli la vita facile quando realizzano opere necessarie per la sicurezza o lo sviluppo del loro territorio.

Proprio ieri ho presentato insieme al collega Tosi la mozione che stiamo promuovendo presso tutti i consigli comunali per chiedere al Governo:

-  la cancellazione dell’obbligo di trasferimento delle disponibilità liquide depositate presso la tesoreria comunale a beneficio della tesoreria unica nazionale;

la modifica del patto di stabilità, a partire dall’individuazione delle tipologie di investimenti prioritari che possono essere esclusi dalla disciplina del patto (ad esempio le spese per la messa in sicurezza delle scuole e per le opere idrogeologiche);

- di rendere possibile per i Comuni l’utilizzo immediato dei residui passiviper immettere risorse in una fase di forte difficoltà.

Inoltre la mozione impegnerà i Sindaci a trasmettere il documento alla Giunta della Regione Lombardia per chiedere l’ampliamento dello stanziamento per l’applicazione del patto di stabilità regionale almeno in misura simile a quello delle principali regioni del nord.

Se il pil deve crescere è necessario far ripartire l’economia ecco perché riteniamo che il patto di stabilità vada allentato e siamo fisuciosi che ciò accada visto che su questo punto c’era stato un segnale positivo da parte dell’esecutivo e sullo sblocco dei residui passivi c’è un negoziato in corso.
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