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Gioco d’azzardo, la Lombardia ha la sua legge

no slotIl Consiglio Regionale ha approvato oggi all’unanimità la legge sul contrasto, la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico. Voglio ringraziare le associazioni, gli amministratori comunali, gli operatori socio-sanitari che hanno collaborato alla stesura del progetto di legge. Come capogruppo PD esprimo tutta la mia soddisfazione per una legge che abbiamo fortemente voluto. Per primi nel 2012 avevamo presentato il disegno di legge dal quale è partita questa iniziativa politica. Oggi la Lombardia si dota quindi di uno strumento legislativo che non dovrà però rimanere solo un “manifesto” ma dovrà essere il concreto punto di partenza per vincere la piaga del gioco d’azzardo.

La Lombardia è la regione italiana con il maggior numero di giocatori d’azzardo patologico. Il sistema normativo attuale non appare sufficiente a governare una situazione che sta peggiorando anche a causa della crisi. La legge regionale approvata oggi ci fa fare passi avanti nella lotta alle ludopatie, anche se questo non è ancora sufficiente. E’ necessario dunque, per far fronte all’emergenza sociale, lavorare parallelamente a quanto viene fatto in Parlamento: le ludopatie sono entrate dal 2012, con il decreto Balduzzi, nei livelli essenziali di assistenza, come le altre dipendenze.

Su iniziativa Pd è stato poi approvato un ordine del giorno condiviso che impegna la Giunta a destinare l’eventuale saldo positivo del bilancio dell’andamento delle maggiori entrate e dei minori introiti IRAP legati alla disinstallazione e istallazione degli apparecchi da gioco, alle attività di prevenzione, contrasto e trattamento della dipendenza dal gioco d’azzardo patologico.

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Cento giorni

Ieri la Cisl Lombardia ha commentato duramente i primi tre mesi della nuovo governo lombardo.

Abbiamo sentito tante dichiarazioni d’intenti: sul lavoro, sull’anticipo della cassa, sugli incentivi per le assunzioni, sui giovani, su interventi sull’Irap per chi assume, sul rilancio dell’apprendistato, sulle iniziative per tenere qui le nostre aziende e sull’attrattività degli investimenti, su un fondo per la famiglia e le fragilità, sui fabbisogni abitativi. Ma ad oggi non possiamo che tracciare un bilancio fallimentare, su tutti i fronti”, ha dichiarato il segretario  generale Petteni.

La Cisl ha ragione, i primi cento giorni della giunta Maroni non hanno dato le risposte che la crisi economica richiede. C’è stata, è vero, una buona decisione sull’anticipo della cassa in deroga, peraltro su indicazione unanime delle forze politiche, ma sull’accompagnamento degli imprenditori e delle aziende in questa fase difficile non abbiamo visto grandi novità rispetto al passato. Le emergenze sono l’accesso al credito, l’armonizzazione degli strumenti per sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione e il sostegno dell’occupazione giovanile. Per fare questo occorre superare la logica dei contributi a pioggia senza verifica dei risultati, come ha ben riassunto Petteni parlando di “mancette”.

Proprio sull’attività del nuovo governo regionale mi confronterò questa sera alle 19.00, a Varese presso Ville Ponti, all’Assemblea annuale della Compagnia delle Opere, insieme al Presidente della Giunta di Regione Lombardia Roberto Maroni e il Presidente del Consiglio Regionale Raffaele Cattaneo.

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25 Aprile!

 ”Tutte queste giornate, anche giornate importanti come questa ricorrenza, sono giornate segnate dalla crisi. Credo che venendo in posti come questo, tutti i luoghi in cui è consacrata l’esperienza e la memoria della Resistenza, c’è sempre molto da imparare sul modo di affrontare momenti cruciali:coraggio, fermezza e senso dell’unità che furono decisivi per vincere la battaglia della Resistenza“.Giorgio Napolitano, al Museo Storico della Liberazione, 25 aprile 2013.

 

 

 

 

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Con i lavoratori della Whirlpool

Assemblea molto partecipata ieri sera sul futuro della Whirlpool organizzata a Biandronno dai circoli locali del Partio Democratico.

E’ una delle modalità scelte dal PD per stare accanto ai lavoratori, esprimendo non solo solidarietà ma ascoltandone soprattutto problemi e preoccupazioni. Parallelamente seguiamo con attenzione il lavoro dei sindacati e delle associazioni di categoria nelle delicate trattative con la proprietà. Va sottolineata positivamente la volontà dell’azienda di continuare ad investire sul sito produttivo varesino, prevedendo nel piano industriale risorse aggiuntive sul versante dell’innovazione. Mentre preoccupa la persistenza del piano di ridimensionamento degli organici che prevede 600 licenziamenti, un numero destinato a crescere se si prendono in considerazione anche i lavoratori dell’indotto.

Bisogna mettere quindi in campo tutte le strategie necessarie per favorire processi di reindustrializzazione dell’area interessata, a partire dalla costruzione di progetti che coinvolgano le imprese già partner e che investano su un prezioso patrimonio di professionalità formatosi sia all’interno dell’azienda sia nell’indotto.

In questa fase le Istituzioni possono giocare un ruolo importante, mettendo in campo tutte le azioni necessarie a rendere il contesto il più attrattivo possibile. Stanziando risorse per la formazione professionale, prevedendo incentivi, agendo sulla leva fiscale. Su questi temi si misura la capacità della politica di accompagnare i processi di cambiamento. In questo senso, va stigmatizzata la totale assenza dell’Ente Provincia.

Come Partito Democratico porteremo ai diversi livelli istituzionali le richieste delle lavoratrici e dei lavoratori, continuando a confrontarci con le rappresentanze sindacali.

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Le crisi aziendali e la politica

In queste settimane la crisi economica si sta facendo sentire pesantemente sul territorio varesino. Tre grandi storiche imprese che danno lavoro a migliaia di famiglie hanno annunciato o la chiusura o drastici ridimensionamenti.

La Inda a Caravate,  l’Imsa Caronno Pertusella e laWhirlpool a Biandronno sono però solo la punta conosciuta di un iceberg, dietro a loro ci sono aziende medio-piccole che hanno chiuso o stanno cessando l’attività lasciando centinaia di famiglie senza reddito e senza la ragionevole speranza di trovare presto un’altra collocazione. Il Partito Democratico è a fianco dei lavoratori e delle loro famiglie, una vicinanza e una solidarietà non di rito e che non vuole sembrare fatta solo di parole. Per questo motivo a tutti i livelli istituzionali, continueremo a seguire le delicate trattative in corso, nutrendo piena fiducia nell’azione dei sindacati. Prioritariamente a tutela dell’occupazione e per il rilancio dei piani industriali.

Con la consapevolezza che questa è una crisi di sistema che coinvolge tutte le realtà territoriali simili alla nostra, realtà con un peso rilevante del manifatturiero e caratterizzate da produzioni mature ad alto contenuto di lavoro.

Non si può quindi ragionare per singola crisi aziendale. La politica non può limitarsi a stanziare fondi per gli ammortizzatori sociali. I rappresentanti istituzionali, regionali e provinciali, insieme alle associazioni di categoria e alle parti sociali devono urgentemente avviare un confronto sul futuro economico della provincia, accompagnando la riconversione del nostro tessuto produttivo verso settori che incontrano la crescita della domanda sia interna (ad es. benessere e sanità) sia esterna (economie emergenti).

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Ad un passo dal baratro

La gran parte della classe dirigente del nostro Paese fatica a comprenderlo, ma siamo ormai sull’orlo del baratro. Questo giovedì la Banca Centrale Europea deciderà se continuare a comprare titoli di stato italiani sul mercato secondario. Francesi e tedeschi sono contrari a continuare l’intervento di sostegno al nostro debito. Trichet e Draghi (che si stanno avvicendando alla guida della BCE) lo hanno fatto capire in ogni modo. Tanto da costringere Napolitano ad intervenire nuovamente a distanza di due giorni. Se non si interviene seriamente il banco “Italia” salta.

Ma forse è già troppo tardi. Se giovedì, come probabile, la BCE interromperà il sostegno all’Italia e arriverà il declassamento del debito, il differenziale (lo spread) fra i nostri titoli e quelli tedeschi esploderà e le prossime aste bot e btp andranno deserte. Lo Stato non sarà più in grado di pagare il proprio debito, il terzo al mondo. Saremo tecnicamente in default, un modo carino per dire fallimento.
A quel punto si aprono due scenari obbligati.
1) I principali Paesi europei si rendono conto che l’Italia non è la Grecia (pesa il 15% sul Pil europeo a fronte del 2% della Grecia) e un nostro fallimento inciderebbe sui debiti sovrani dei Paesi euro. Decidono quindi di affiancare alla politica monetaria un governo economico, partendo subito con gli eurobonds. Uno scenario poco probabile: l’asse franco- tedesco è scettico; mentre il governo di centrodestra, che per anni ha sparato contro l’Europa, appare poco credibile nel chiedere un rafforzamento dell’integrazione europea quando si è alla canna del gas.

2) La BCE sospende il sostegno al nostro debito e prevale l’asse franco-tedesco. In questo scenario molto più probabile, per sopravvivere e difenderci dalla speculazione finanziaria si aprono due strade. La prima consiste in una manovra da 300 miliardi per abbattere fortemente il nostro debito, che dovrà contenere inevitabilmente anche la patrimoniale ed un vasto piano di dismissioni del patrimonio pubblico. La seconda è l’uscita dall’Euro.

Ora, posto che il centrodestra ha dimostrato tutta la sua incapacità nel gestire questa crisi epocale, per salvare il Paese la politica (maggioranza e opposizione insieme) e le forze sociali nel loro complesso sono in grado di farsi carico di una manovra da 300 miliardi che implica riforme strutturali profonde nell’assetto dello stato, nel welfare e nel mercato del lavoro?

Questa domanda se la devono porre tutte le forze sociali, a partire da chi ha manifestato oggi. Ma soprattutto se la deve porre chi vuole diventare alternativa di governo. Perché se la risposta è “no, non la reggiamo”, c’è un’unica drammatica alternativa: uscire dall’Euro. Facciamo attenzione, perché da qualche tempo non rappresenta più un tabù.

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