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Ad un passo dal baratro

La gran parte della classe dirigente del nostro Paese fatica a comprenderlo, ma siamo ormai sull’orlo del baratro. Questo giovedì la Banca Centrale Europea deciderà se continuare a comprare titoli di stato italiani sul mercato secondario. Francesi e tedeschi sono contrari a continuare l’intervento di sostegno al nostro debito. Trichet e Draghi (che si stanno avvicendando alla guida della BCE) lo hanno fatto capire in ogni modo. Tanto da costringere Napolitano ad intervenire nuovamente a distanza di due giorni. Se non si interviene seriamente il banco “Italia” salta.

Ma forse è già troppo tardi. Se giovedì, come probabile, la BCE interromperà il sostegno all’Italia e arriverà il declassamento del debito, il differenziale (lo spread) fra i nostri titoli e quelli tedeschi esploderà e le prossime aste bot e btp andranno deserte. Lo Stato non sarà più in grado di pagare il proprio debito, il terzo al mondo. Saremo tecnicamente in default, un modo carino per dire fallimento.
A quel punto si aprono due scenari obbligati.
1) I principali Paesi europei si rendono conto che l’Italia non è la Grecia (pesa il 15% sul Pil europeo a fronte del 2% della Grecia) e un nostro fallimento inciderebbe sui debiti sovrani dei Paesi euro. Decidono quindi di affiancare alla politica monetaria un governo economico, partendo subito con gli eurobonds. Uno scenario poco probabile: l’asse franco- tedesco è scettico; mentre il governo di centrodestra, che per anni ha sparato contro l’Europa, appare poco credibile nel chiedere un rafforzamento dell’integrazione europea quando si è alla canna del gas.

2) La BCE sospende il sostegno al nostro debito e prevale l’asse franco-tedesco. In questo scenario molto più probabile, per sopravvivere e difenderci dalla speculazione finanziaria si aprono due strade. La prima consiste in una manovra da 300 miliardi per abbattere fortemente il nostro debito, che dovrà contenere inevitabilmente anche la patrimoniale ed un vasto piano di dismissioni del patrimonio pubblico. La seconda è l’uscita dall’Euro.

Ora, posto che il centrodestra ha dimostrato tutta la sua incapacità nel gestire questa crisi epocale, per salvare il Paese la politica (maggioranza e opposizione insieme) e le forze sociali nel loro complesso sono in grado di farsi carico di una manovra da 300 miliardi che implica riforme strutturali profonde nell’assetto dello stato, nel welfare e nel mercato del lavoro?

Questa domanda se la devono porre tutte le forze sociali, a partire da chi ha manifestato oggi. Ma soprattutto se la deve porre chi vuole diventare alternativa di governo. Perché se la risposta è “no, non la reggiamo”, c’è un’unica drammatica alternativa: uscire dall’Euro. Facciamo attenzione, perché da qualche tempo non rappresenta più un tabù.

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