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Il Partito Democratico sui frontalieri fa sul serio

frontalieriIl Partito Democratico fa sul serio, qui di seguito trovate il testo aggiornato della mozione presentata dai deputati democratici lombardi sul negoziato tra l’Italia e la Confederazione elvetica. Le preoccupazioni legittime dei lavoratori frontalieri e dei Comuni davanti a questo accordo storico non devono essere strumentalizzate, tutti le forze politiche facciano invece la loro parte con serietà affinché l’accordo in via di definizione con la Confederazione Elvetica non penalizzi i lavoratori, ma anzi sia la base per un sistema con più tutele, e confermi il sistema dei ristorni per gli enti locali.

MOZIONE

Nuova formulazione

La Camera

Premesso che:

in questi mesi è in corso di definizione il negoziato tra il nostro Paese e la Confederazione elvetica, negoziato che disciplinerà, oltre ai rapporti fiscali tra i due Paesi, anche importanti competenze ad oggi soggette a precedenti accordi quali ad esempio quelle sul lavoro frontaliero;

il quadro delle relazioni con la Confederazione elvetica risulta essere complesso a seguito delle prese di posizione dei massimi responsabili istituzionali del Canton Ticino, e all’assunzione di specifiche iniziative unilaterali lesive dei principi di libera circolazione delle persone, di libertà della concorrenza e di intrapresa e di uguaglianza di fronte alla legge;

risultano essere infatti ormai quotidiane le dichiarazioni pubbliche di esponenti istituzionali del Canton Ticino tese a mettere in discussione sia i diritti dei numerosi cittadini italiani occupati regolarmente presso imprese e aziende ticinesi, sia lo stato delle relazioni Italia-Svizzera, concentrate oggi sui negoziati fiscali e sull’ accordo per l’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri;

ad oggi i lavoratori frontalieri in territorio elvetico provenienti dall’Italia risultano essere circa 60.000,e numerose sono le piccole e medie aziende dei territori di confine della Valle d’Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Provincia Autonoma di Bolzano ad essere interessare nei processi di fornitura e e di assistenza nell’ambito del mercato elvetico;

nei confronti dei lavoratori frontalieri si è assistito negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale in territorio elvetico, ad un continuo ed ingiustificato attacco  di natura discriminatoria e xenofoba;

in particolare ha destato scalpore, a questo riguardo, la decisione del Canton Ticino tesa ad obbligare ogni cittadino italiano in via di occupazione in Svizzera a presentare il certificato dei carichi pendenti in allegato alla richiesta di assunzione;

in questa direzione si è inserito anche l’avvio dell’elaborazione da parte del Consiglio di Stato del Ticino di una clausola fortemente restrittiva sul reddito dei cittadini italiani occupati in Ticino mediante una maggiorazione del trattamento fiscale sulla base della nazionalità italiana dei lavoratori, circostanze ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo in palese contrasto con l’accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto tra Unione europea e Confederazione elvetica;

è da sottolineare altresì la volontà di introdurre su base cantonale un limite restrittivo di quote dei frontalieri, smentendo in tal modo la competenza del Consiglio federale e ponendo di fatto un’azione di messa in mora dell’accordo sulla libera circolazione delle persone;

a ciò si aggiunga il fatto che Il 24 marzo 2015, con provvedimento n. 24/2015, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino ha approvato la Legge sulle imprese artigianali per l’esercizio della professione di imprenditore nel settore artigianale, introducendo elementi che vanno nella direzione di ostacolare la libera circolazione delle imprese estere in Canton Ticino;

nello specifico agli artt. 3 e 4 della legge si è decretata l’istituzione di un albo delle imprese artigianali, la cui iscrizione da parte delle stesse costituisce conditio sine qua non per l’esercizio della professione, ed è subordinata al rispetto di determinati requisiti professionali, così come previsto dall’art. 6 della legge stessa, la cui identificazione è rimandata all’approvazione di apposito regolamento pubblicato sul Bollettino Ufficiale delle leggi del Canton Ticino il 20 gennaio 2016;

i contenuti del suddetto regolamento prevedono, tra le altre cose, il rispetto dei seguenti requisiti:

• diplomi e titoli di studio prevedendo il riconoscimento unilaterale dei diplomi     e certificati esteri da parte della Segreteria di Stato Svizzera – SEFRI -;

•  attestati e referenze concernenti l’attività pratica;

•  certificato di solvibilità personale;

•  dimostrazione di lavorare in Svizzera da almeno 5 anni;

•  eventuali infrazioni saranno sanzionate con multe sino a 50.000 franchi;

una disposizione che, così concepita, necessita di approfondimenti sia rispetto al percorso formativo abilitante e sia rispetto alla modalità per il riconoscimento dell’esperienza professionale;

in merito all’omologazione dei titoli di specializzazione professionale degli artigiani italiani con quelli riconosciuti in Svizzera, come già emerso in passato, e ribadito in occasione nell’incontro tenutosi il 30 giugno dello scorso anno presso il MISE – Divisione VI Cooperazione Economica Bilaterale in merito alla professionalità degli elettricisti ed idraulici italiani, l’ostacolo è rappresentato dal diverso percorso formativo adottato nei due paesi; impedimento che non può essere superato, così come prospettato dalla Svizzera, con l’introduzione di obbligo di frequentazione da parte delle imprese italiane di idoneo corso professionale riconosciuto dal legislatore svizzero e successivo superamento di un esame di pratica;

la disamina della questione dovrebbe tener conto anche di quanto previsto dalle Direttive Europee2005/36/CE e 2013/55/UE, che nell’istituire un regime di riconoscimento delle qualifiche professionali nell’Unione Europea, estesa anche ad altri paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE) e alla Svizzera, mira a rendere i mercati del lavoro più flessibili, a liberalizzare ulteriormente i servizi, a favorire il riconoscimento automatico delle qualifiche professionali e a semplificare le procedure amministrative;

in tal senso sembra significativo quanto sancisce l’art. 16 della Direttiva 2005/36/EU che recita “Se in uno Stato membro l’accesso a una delle attività legate all’allegato IV o il suo esercizio è subordinato al possesso di conoscenze e competenze generali, commerciali o professionali, lo Stato membro riconosce come prova sufficiente di tali conoscenze e competenze l’aver esercitato l’attività considerata in un altro Stato membro”;

in questa direzione va anche la Direttiva 2013/55/UE, applicabile dal 18 gennaio c.a. che nel prevedere la creazione di una tessera professionale europea consente ai cittadini di poter chiedere il riconoscimento delle proprie qualifiche professionali;

si evidenzia altresì che esiste un apposito Accordo tra la Confederazione Svizzera, da una parte, e la Comunità Europea ed i suoi Stati membri, dall’altra, sulla libera circolazione delle persone i cui lavori si sono concluso il 21 giugno 1999, approvato dall’Assemblea federale Svizzera l’8 ottobre 1991, ratificato con strumenti depositati il 16 ottobre 2000, entrato in vigore il 1° giugno 2002;

il provvedimento adottato coinvolge 4.548 ditte artigiane individuali e 9.835 dipendenti di società, per un totale di 14.383 italiani che nel corso del 2015 hanno prestato, per un periodo di tempo inferiore ai 90 giorni anno, lavoro in Svizzera nel Canton Ticino. Questi lavoratori, imprenditori e loro dipendenti, sono per lo più di provenienza lombarda e piemontese, in particolare delle province di Varese, Como, Verbano Cusio Ossola, che, per il ruolo che giocano a supporto dell’economia cantonale, quale importante forma di collaborazione per lo sviluppo di alcuni comparti economici (in primis quelli legati alla filiera dell’abitare), sono sempre stati al centro del dibattito in Canton Ticino in quanto ingiustamente accusati di sottrare opportunità di lavoro alle imprese locali;

le richiamate gravi prese di posizione nei confronti dei cittadini italiani lavoratori frontalieri in Svizzera sono diventate pressoché quotidiane, creando una forte tensione nei rapporti con la Confederazione elvetica, per evitare la quale si ritiene indispensabile che quest’ultima in maniera esplicita smentisca formalmente con propri atti alcune iniziative condotte dalle autorità cantonali ticinesi a scapito dei principi della libera circolazione delle persone;

mentre tutto ciò si è andato realizzando, in data 22 dicembre 2015 l’Italia e la Svizzera hanno parafato un accordo sull’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri, unitamene ad un protocollo che modifica le relative disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni , al fine di concretizzare uno dei principali impegni assunti dai due Stati nella “road map” firmata nel febbraio 2015 in occasione dei procedimenti connessi con l’approvazione della “voluntary disclosure”. Il nuovo accordo, chiamato a sostituire quello del 1974, allo stato non risulta essere stato ancora firmato da parte di entrambi i governi né tantomeno approvato da parte dei rispettivi Parlamenti, e i governi hanno annunciato che il testo sarà reso disponibile e pubblico al momento della firma;

secondo quanto reso pubblico con un comunicato congiunto del Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana e dalla Segreteria di Stato per le Questioni Finanziarie Internazionali della Confederazione Elvetica, l’ accordo comprende i seguenti principali elementi:

  • si fonda sul principio di reciprocità;
  • fornisce una definizione di aree di frontiera che, per quanto riguarda la Svizzera, sono i Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese e, nel caso dell’Italia, le Regioni Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Bolzano;
  • fornisce una definizione di lavoratori frontalieri al fine dell’applicazione dell’accordo e include i lavoratori frontalieri che vivono nei comuni i cui territori ricadono, per intero o parzialmente, in una fascia di 20 chilometri dal confine e che, in via di principio, ritornano quotidianamente nel proprio Stato di residenza;
  • per quanto riguarda l’imposizione, lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa imporrà  sul reddito da lavoro dipendente al 70 per cento al massimo dell’imposta risultante dall’applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche. Lo Stato di residenza applicherà le proprie imposte sui redditi delle persone fisiche ed eliminerà la doppia imposizione;
  • viene effettuato uno scambio di informazioni in formato elettronico relativo ai redditi da lavoro dipendente dei lavoratori frontalieri;
  • l’accordo sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni;

il comparto del frontalierato risulta essere interessato, sul fronte interno, da un provvedimento relativo ad una controversa interpretazione normativa relativa al paventato rischio di pagamento da parte dei lavoratori frontalieri dell’assistenza sanitaria italiana, a seguito dell’emanazione di una Circolare del Ministero della Salute che, richiamando un accordo Stato-Regioni in data 20 dicembre 2012, lascerebbe supporre che per i lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera  possa essere prevista l’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale, mediante il pagamento alla ASL di residenza di un contributo fissato dal decreto ministeriale 8.10.1986 e s.m.i., circostanza che sta aprendo numerosi dubbi e interrogativi circa la fondatezza giuridico-costituzionale del provvedimento a causa della sua onerosità, della lesione del principio di universalità sul quale si fonda il SSN e sulla circostanza che si renderebbe impossibile una pratica uniforme del provvedimento in assenza da parte dell’Italia dell’elenco anagrafico dei frontalieri;

l’intera questione relativa allo stato delle relazioni tra Italia e Svizzera debba  essere colta dal Governo nella sua globalità e complessità, e che le determinazioni da assumersi in merito non possano essere astratte rispetto al quadro complessivo delle situazioni in campo, ivi compresa la necessaria corrispondenza di risposte ufficiali da parte delle competenti istituzioni elvetiche in termini di positiva cooperazione e di effettiva disponibilità

IMPEGNA IL GOVERNO

   a richiedere un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto con gli accordi di libera circolazione delle persone;

 a subordinare l’entrata in vigore dell’accordo tra Italia e Svizzera in materia fiscale fino alla formulazione, da parte delle competenti autorità federali e cantonali svizzere, di specifiche assicurazioni formali tendenti ad escludere la validità e l’applicazione di qualsivoglia iniziativa discriminatoria e lesiva dell’accordo di libera circolazione delle persone intercorrente tra Unione europea e Confederazione elvetica nei confronti di cittadini italiani occupati o occupabili in Svizzera e di aziende italiane potenzialmente interessate al mercato elvetico, nonché alla rimozione di ogni forma di discriminazione sin qui messa in campo, ivi compresa l’individuazione da parte della Svizzera di una soluzione euro-compatibile di adeguamento della propria legislazione al risultato del voto popolare sull’iniziativa del 9 febbraio 2014;

  a fare in modo che in ogni caso  modalità e  tempistiche relative all’armonizzazione fiscale tra cittadini italiani frontalieri compresi entro la fascia dei 20 km e cittadini italiani frontalieri fuori fascia facciano parte della legge di ratifica, e in ogni caso di leggi e provvedimenti della Repubblica Italiana;

  ad operare affinchè in tale contesto venga prevista l’introduzione della franchigia per i lavoratori frontalieri prevista dalla legge stabilità 2015 in termini di permanente agevolazione Irpef anche ai lavoratori frontalieri presenti all’interno della fascia di 20 km dal confine italo-elvetico;

  a garantire che nel nuovo quadro giuridico si provveda ad assicurare ai Comuni di frontiera l’erogazione dell’equivalente dell’attuale ristorno delle imposte versate dai lavoratori frontalieri secondo l’accordo del 1974, mediante specifica disposizione legislativa italiana che commisuri  la ripartizione fiscale spettante ai Comuni di frontiera alla dinamica del monte salari complessivamente prodotto dal comparto transfrontaliero avendo come montante minimo di partenza il valore complessivo dei ristorni fiscali generato nell’ultimo anno fiscale di vigenza dell’accordo Italia-Svizzera del 1974;

  ad avviare, in conformità a specifiche mozioni già adottate dal Parlamento italiano, il percorso finalizzato alla realizzazione dello «statuto del frontaliere» come parte integrante e sostanziale del processo di ratifica del futuro accordo tra Italia e Svizzera;

  ad adoperarsi per un costante coinvolgimento delle istituzioni locali interessate (Regioni Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, Provincia Autonoma di Bolzano, Province di Sondrio e del Verbano Cusio Ossola, in considerazione anche delle loro nuove competenze in materia di cooperazione frontaliera a seguito della legge 56 del 2014,  Province di  Como, Lecco e Varese) e dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori frontalieri;

ad analizzare  la legittimità dei provvedimenti legislativi e regolamentari assunti dal Canton Ticino richiamati nelle premesse del presente atto, e di intervenire -qualora siano in contrasto con le Direttive e gli Accordi europei -presso le sedi opportune per far modificare quanto disposto unilateralmente;

 ad intervenire sospendendo ogni iniziativa tendente ad introdurre un’impropria modalità di pagamento da parte  di lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera per l’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale;

 a prevedere che le  prestazioni corrisposte ai lavoratori frontalieri dalla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l’ invalidità Svizzera (LPP) ,in qualunque forma erogate, ivi comprese le prestazioni erogate dai diversi enti o istituti svizzeri di prepensionamento, vengano assoggettate ,ai fini delle imposte dirette a una tassazione forfettaria in analogia alla normativa sulla collaborazione volontaria

Riformulazione atto (1-00952) «Borghi, Braga, Marantelli, Tentori, Guerra, Fragomeli, Senaldi, Gadda, Baruffi, Realacci, Tacconi, Rossi Paolo».

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Pedemontana, no ad un assurdo pedaggio

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Ieri pomeriggio in Commissione Infrastrutture del Consiglio Regionale si è tenuta l’audizione  del presidente di Pedemontana Sarmi e dell’amministratore delegato di Cal Besozzi, su richiesta del Partito Democratico, per relazionare in merito all’avanzamento dei lavori dell’infrastruttura e alle risorse a disposizione per terminare l’opera. Diverse le novità emerse. La prima: la società ci ha confermato che per chi si iscriverà al sistema di pagamento “conto targa” il percorso sulla tangenziale sarà gratuito fino a fine anno mentre a gennaio e febbraio ci sarà lo sconto del 50%.

Le altre informazioni ricevute, invece, sono tutt’altro che apprezzabili.

Dalla documentazione consegnata in audizione da Cal emerge che i chilometri presi in considerazione per determinare l’ ammontare pedaggio sono 4,3 anziché 2,4 in quanto lo sviluppo chilometrico tariffato considera anche la lunghezza degli svincoli.  Ciò significa che coloro che percorreranno la tangenziale da Villa Guardia ad Albate pagheranno anche per il tratto di collegamento con l’autostrada non percorso e quindi un terzo più del dovuto. Stessa cosa vale per coloro che percorreranno il tratto tra Gazzada Schianno e Vedano Olona che conta 4,5 chilometri i quali si troveranno a pagare come se avessero percorso 7 chilometri.

Nonostante abbia ripetuto per sei mesi che la Regione avrebbe sostenuto con risorse proprie la percorrenza gratuita fino al primo di novembre della Pedemontana e delle tangenziali di Varese e Como in realtà come ha confermato il presidente Sarmi, la società autostradale non riceve nulla dalla Regione. Quanto meno dovrebbe chiedere scusa ai tanti sindaci che accusava di essere demagoghi, i fatti parlano da soli.

La società Pedemontana ha anche diffuso i dati relativi al numero dei veicoli che hanno percorso in queste settimane i tratti di strada aperti al pubblico: da Cassano Magnago a Lomazzo, dal 20 aprile al 25 ottobre, è stato registrato un traffico di 18mila veicoli a settimana rispetto ai quasi 14mila ipotizzati dallo studio di traffico del progetto. Sulla tangenziale di Varese nello stesso periodo sono transitati circa 23,8mila macchine rispetto ai 35,6mila previsti. Sulla tangenziale di Como la media è stata di 11,5mila rispetto ai 28,240 mila attesi. Numeri sotto la media se si considera la gratuità del percorso. Queste cifre dovrebbero servire a chi di dovere per fare le dovute riflessioni su quel che accadrà dal primo gennaio quando dovrebbe entrare in vigore il pedaggio.

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Nuove province

In Lombardia 79 su 111 Comuni sopra i 15.000 abitanti sono governati dal centrosinistra. La guida dei nuovi enti di area vasta spetta al PD. Se il centrodestra vuole essere protagonista insieme a noi di questa fase di cambiamento, abbandoni i progetti velleitari come il referendum da 30 milioni di euro. Questa la mia intervista, nel titolo al posto di “Grande Milano” leggete “enti di area vasta.

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Frontalieri, mozione urgente

All’indomani del referendum che ha chiuso di fatto le porte in faccia ai frontalieri lombardi, Maroni si era detto assolutamente tranquillo e aveva rassicurato i lavoratori di confine che nulla poteva accadere loro. Invece, laConfederazione va avanti con i suoi provvedimenti e il Canton Ticino è forse più accanito di prima e prosegue con le iniziative antilombarde, vedasi la recente approvazione da parte del Consiglio federale svizzero del piano per l’attuazione del nuovo articolo costituzionale sull’immigrazione.

Anche se i contingenti scatteranno solo dal 2017, già molti nostri lavoratori, soprattutto quelli che espletano la propria professione in Ticino con le notifiche, si stanno trovando in serie difficoltà. Per Maroni non c’era nulla di che preoccuparsi, ma a distanza di pochi mesi i risultati già si vedono e il clima è decisamente cambiato. Basta guardare lo spot televisivo che invita i consumatori svizzeri a non rivolgersi a imprese italiane. Vista l’estrema delicatezza del tema, come Partito Democratico, chiediamo che il Consiglio Regionale affronti immeditamente il problema. Per questo abbiamo oggi presentato una mozione urgente.

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Ora tocca a Varese

La mia intervista rilasciata a “La Provincia”.

Il Pd di Renzi è quello che tanti di noi sognavano. Ora puntiamo a ridare una prospettiva anche a Varese». La Lega si sposta a destra e Renzi occupa il vuoto al Nord, questa l’analisi di Alessandro Alfieri, segretario regionale di un Pd che sfonda come non mai in Lombardia, e che è il primo partito in 134 Comuni su 139 della provincia di Varese.

Un miracolo?
È passato il messaggio di Matteo Renzi, il primo leader post-ideologico, che ha saputo intercettare il sentimento comune. Da un lato rassicura, dall’altro dà speranza di cambiamento. Mette insieme riformisti e moderati.
Come ha fatto a bucare anche nella Varese leghista?
Tutte le nostre analisi ci dicono che la collocazione di chi oggi vota Lega Nord è destra o estrema destra, ha perso quella caratteristica di voto trasversale. Così Renzi ha spazio politico, lui che è in grado di andare oltre gli steccati e che può dare stabile rappresentanza a un nuovo blocco sociale, dato che sa parlare sia agli insegnanti della scuola pubblica, assicurando loro attenzione come fa nei suoi tour, sia ai piccoli imprenditori, alle partite Iva, ai non garantiti. È questo il Pd che tanti di noi sognavano.
Dica la verità, se le avessero parlato di un Pd sopra al 40% a Varese non ci avrebbe scommesso su…
Arrivare a toccare quasi il 42 per cento in una città così simbolica era inimmaginabile. Ma penso sia dovuto a due fattori: da un lato, quello di cui si diceva del messaggio di Renzi che parla a quelle vaste fette di società lombarda che prima nemmeno prendevano in considerazione il Pd, ma dall’altro anche una componente di stanchezza rispetto al centrodestra a trazione leghista che governa da così tanti anni in città e in questo territorio.
Varese è insoddisfatta?
Varese appare come una città ripiegata su stessa, governata dignitosamente perché non possiamodire che a Varese si viva male, ma una città che non progetta il suo futuro. Piazza Repubblica è una metafora: viene continuamente messa in sicurezza, quando avrebbe bisogno di essere ripensata e di trovare una vocazione. Quella piazza come l’intera città: è ora di andare all’attacco.
Il 2016 è alle porte. Pensate di poter espugnare la Città Giardino?
Quell’anno si rivota a Varese e a Milano. Vincere quelle sfide vorrebbe dire poi puntare alla Region. Dove peraltro già ora si apre una nuova fase, in cui cercheremo di accelerare la fine di un’epoca (già ieri, con la “sfiducia” al vicegovernatore Mario Mantovani, ndr).
In questo scenario però la Lega di Salvini esulta per il 6,1% nazionale. Cosa ne pensa?
Mi viene da sorridere. È come se in una partita di calcio in cui perdi tre a zero ti mettessi ad esultare perché hai sventato il quarto gol. Non solo la Lega è molto al di sotto di tutti i movimenti euroscettici che hanno ottenuti risultati a due cifre, ma ottiene un risultato nazionale gonfiato dall’astensionismo record al sud. Sì, Salvini ha salvato la Lega dal tracollo, ma ha perso appeal sui moderati.
Vi avvantaggia?
Quando il “front-man” era Maroni la Lega parlava alle categorie e ai moderati, infatti alle scorse regionali la sua lista era risultata la carta vincente. Quella di Salvini è una Lega che si rinserra, che parla a un mondo che pensa ancora che con la lira si stava meglio e che guarda sempre più a destra. Ora questo risultato ci carica di una grande responsabilità. Dobbiamo essere all’altezza della sfida.
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L’Expo e il PD

La partita dell’Expo si vince solo se remiamo tutti dalla stessa parte. Renzi ha deciso di dare un segnale importante con la proposta della task force anticorruzione. Maroni ora non faccia campagna elettorale su una questione che riguarda non solo la Lombardia ma il Paese intero. Qui trovate la mia intervista pubblicata oggi su Repubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maroni: rimpasto doppio

È andata in scena la vecchia politica, con la lotta per le poltrone a prevalere sui bisogni dei cittadini. Dei sottosegretari in Regione Lombardia non si sentiva certo il bisogno e, nella scorsa legislatura, il Consiglio votò, con il concorso di pezzi della maggioranza, la loro abolizione. Maroni ne ha raddoppiato il numero, assegnando funzioni che potrebbero essere benissimo svolte dagli assessori. In più, il governatore affida un settore delicato come le infrastrutture di Expo a un ex assessore (Del Tenno) chefino a ieri si è occupato della mobilità e non ha certo brillato. Anziché contrapporsi al Governo per le opere legate a Expo, Maroni farebbe bene a presidiare i settori delicati con le persone giuste e con la massima attenzione.

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La riforma della Sanità

 

Sulla riforma della sanità va bene il dibattito che si è creato e sul tema il Gruppo regionale del PD sta lavorando da mesi. Si tratta però di una questione estremamente seria e una “soluzione” non si improvvisa in pochi giorni. Qui trovate la mia intervista rilasciata oggi al Corriere.

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Province: un passo avanti

Oggi il Senato ha approvato il disegno di legge “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni” noto come Ddl Delrio. Ora la Camera ha tempo fino al 7 aprile per la definitiva approvazione (qui trovate il testo del maxiemendamento del Governo con il testo votato).

Se il testo diventerà legge sarà il primo vero intervento di riorganizzazione e razionalizzazione degli enti locali portato a compimento dagli anni ’70. Si può sempre fare meglio, sempre. Anche in questo caso, ma spesso il meglio è il nemico del bene.
Se come sembra la Camera confermerà quanto votato dal Senato (a Montecitorio la discussione inizierà già lunedì) vedranno finalmente la luce le città metropolitane, sono trent’anni che se ne parla a vuoto; le province come abbiamo imparato a conoscerle spariranno, sostituite da enti di secondo livello fatti da Sindaci e consiglieri comunali (enti decisamente più economici e operativi) e si correggerà la grande ingiustizia della legge Calderoli che, inneggiando al taglio delle “poltrone” della politica, nel 2011 dimezzò il numero dei consiglieri comunali nei piccoli Comuni, veri e propri volontari nelle nostre comunità.
Nel dettaglio:
- CONSIGLI COMUNALI
Per i comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dieci consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a due.

Per i comuni con popolazione da 3.000 a 10.000 abitanti, il consiglio sarà composto dal sindaco e da dodici consiglieri. Il numero massimo di assessori sarà pari a quattro.
- TERZO MANDATO SINDACO
Per i Comuni con popolazione sino a 3.000 abitanti, non si applicherà il divieto di rielezione del sindaco per un terzo mandato; sarà comunque consentito un massimo di tre mandati.
- RAPPRESENTANZA DI GENERE
Nei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nelle Giunte nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura inferiore al 40%.
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Maroni su Expo non faccia propaganda

L’intervista rilasciata a Repubblica su Expo e Regione Lombardia

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