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Maroni restituisca i soldi ai frontalieri

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Oggi è stata una giornata importante per i lavoratori frontalieri, la Camera ha infatti approvato la mozione presentata dal Partito Democratico che impegna il Governo a tutelare il trattamento economico dei lavoratori frontalieri e il sistema dei ristorni ai Comuni negli atti e nelle leggi di ratifica dell’accordo con la Confederazione elvetica.

A questo link il testo integrale della mozione.

Nella discussione della mozione il vice ministro dell’economia Luigi Casero a nome del Governo è intervenuto per confermare che i lavoratori frontalieri non devono pagare alcun contributo per iscriversi al sistema sanitario nazionale. Pertanto sono illegittimi i pagamenti che l’ex Asl di Varese ha preteso. Maroni ha sbagliato e ora Regione Lombardia restituisca i soldi ingiustamente richiesti. 

A questo link l’intervento del vice ministro Casero in aula.

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Il Partito Democratico sui frontalieri fa sul serio

frontalieriIl Partito Democratico fa sul serio, qui di seguito trovate il testo aggiornato della mozione presentata dai deputati democratici lombardi sul negoziato tra l’Italia e la Confederazione elvetica. Le preoccupazioni legittime dei lavoratori frontalieri e dei Comuni davanti a questo accordo storico non devono essere strumentalizzate, tutti le forze politiche facciano invece la loro parte con serietà affinché l’accordo in via di definizione con la Confederazione Elvetica non penalizzi i lavoratori, ma anzi sia la base per un sistema con più tutele, e confermi il sistema dei ristorni per gli enti locali.

MOZIONE

Nuova formulazione

La Camera

Premesso che:

in questi mesi è in corso di definizione il negoziato tra il nostro Paese e la Confederazione elvetica, negoziato che disciplinerà, oltre ai rapporti fiscali tra i due Paesi, anche importanti competenze ad oggi soggette a precedenti accordi quali ad esempio quelle sul lavoro frontaliero;

il quadro delle relazioni con la Confederazione elvetica risulta essere complesso a seguito delle prese di posizione dei massimi responsabili istituzionali del Canton Ticino, e all’assunzione di specifiche iniziative unilaterali lesive dei principi di libera circolazione delle persone, di libertà della concorrenza e di intrapresa e di uguaglianza di fronte alla legge;

risultano essere infatti ormai quotidiane le dichiarazioni pubbliche di esponenti istituzionali del Canton Ticino tese a mettere in discussione sia i diritti dei numerosi cittadini italiani occupati regolarmente presso imprese e aziende ticinesi, sia lo stato delle relazioni Italia-Svizzera, concentrate oggi sui negoziati fiscali e sull’ accordo per l’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri;

ad oggi i lavoratori frontalieri in territorio elvetico provenienti dall’Italia risultano essere circa 60.000,e numerose sono le piccole e medie aziende dei territori di confine della Valle d’Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Provincia Autonoma di Bolzano ad essere interessare nei processi di fornitura e e di assistenza nell’ambito del mercato elvetico;

nei confronti dei lavoratori frontalieri si è assistito negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale in territorio elvetico, ad un continuo ed ingiustificato attacco  di natura discriminatoria e xenofoba;

in particolare ha destato scalpore, a questo riguardo, la decisione del Canton Ticino tesa ad obbligare ogni cittadino italiano in via di occupazione in Svizzera a presentare il certificato dei carichi pendenti in allegato alla richiesta di assunzione;

in questa direzione si è inserito anche l’avvio dell’elaborazione da parte del Consiglio di Stato del Ticino di una clausola fortemente restrittiva sul reddito dei cittadini italiani occupati in Ticino mediante una maggiorazione del trattamento fiscale sulla base della nazionalità italiana dei lavoratori, circostanze ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo in palese contrasto con l’accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto tra Unione europea e Confederazione elvetica;

è da sottolineare altresì la volontà di introdurre su base cantonale un limite restrittivo di quote dei frontalieri, smentendo in tal modo la competenza del Consiglio federale e ponendo di fatto un’azione di messa in mora dell’accordo sulla libera circolazione delle persone;

a ciò si aggiunga il fatto che Il 24 marzo 2015, con provvedimento n. 24/2015, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino ha approvato la Legge sulle imprese artigianali per l’esercizio della professione di imprenditore nel settore artigianale, introducendo elementi che vanno nella direzione di ostacolare la libera circolazione delle imprese estere in Canton Ticino;

nello specifico agli artt. 3 e 4 della legge si è decretata l’istituzione di un albo delle imprese artigianali, la cui iscrizione da parte delle stesse costituisce conditio sine qua non per l’esercizio della professione, ed è subordinata al rispetto di determinati requisiti professionali, così come previsto dall’art. 6 della legge stessa, la cui identificazione è rimandata all’approvazione di apposito regolamento pubblicato sul Bollettino Ufficiale delle leggi del Canton Ticino il 20 gennaio 2016;

i contenuti del suddetto regolamento prevedono, tra le altre cose, il rispetto dei seguenti requisiti:

• diplomi e titoli di studio prevedendo il riconoscimento unilaterale dei diplomi     e certificati esteri da parte della Segreteria di Stato Svizzera – SEFRI -;

•  attestati e referenze concernenti l’attività pratica;

•  certificato di solvibilità personale;

•  dimostrazione di lavorare in Svizzera da almeno 5 anni;

•  eventuali infrazioni saranno sanzionate con multe sino a 50.000 franchi;

una disposizione che, così concepita, necessita di approfondimenti sia rispetto al percorso formativo abilitante e sia rispetto alla modalità per il riconoscimento dell’esperienza professionale;

in merito all’omologazione dei titoli di specializzazione professionale degli artigiani italiani con quelli riconosciuti in Svizzera, come già emerso in passato, e ribadito in occasione nell’incontro tenutosi il 30 giugno dello scorso anno presso il MISE – Divisione VI Cooperazione Economica Bilaterale in merito alla professionalità degli elettricisti ed idraulici italiani, l’ostacolo è rappresentato dal diverso percorso formativo adottato nei due paesi; impedimento che non può essere superato, così come prospettato dalla Svizzera, con l’introduzione di obbligo di frequentazione da parte delle imprese italiane di idoneo corso professionale riconosciuto dal legislatore svizzero e successivo superamento di un esame di pratica;

la disamina della questione dovrebbe tener conto anche di quanto previsto dalle Direttive Europee2005/36/CE e 2013/55/UE, che nell’istituire un regime di riconoscimento delle qualifiche professionali nell’Unione Europea, estesa anche ad altri paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE) e alla Svizzera, mira a rendere i mercati del lavoro più flessibili, a liberalizzare ulteriormente i servizi, a favorire il riconoscimento automatico delle qualifiche professionali e a semplificare le procedure amministrative;

in tal senso sembra significativo quanto sancisce l’art. 16 della Direttiva 2005/36/EU che recita “Se in uno Stato membro l’accesso a una delle attività legate all’allegato IV o il suo esercizio è subordinato al possesso di conoscenze e competenze generali, commerciali o professionali, lo Stato membro riconosce come prova sufficiente di tali conoscenze e competenze l’aver esercitato l’attività considerata in un altro Stato membro”;

in questa direzione va anche la Direttiva 2013/55/UE, applicabile dal 18 gennaio c.a. che nel prevedere la creazione di una tessera professionale europea consente ai cittadini di poter chiedere il riconoscimento delle proprie qualifiche professionali;

si evidenzia altresì che esiste un apposito Accordo tra la Confederazione Svizzera, da una parte, e la Comunità Europea ed i suoi Stati membri, dall’altra, sulla libera circolazione delle persone i cui lavori si sono concluso il 21 giugno 1999, approvato dall’Assemblea federale Svizzera l’8 ottobre 1991, ratificato con strumenti depositati il 16 ottobre 2000, entrato in vigore il 1° giugno 2002;

il provvedimento adottato coinvolge 4.548 ditte artigiane individuali e 9.835 dipendenti di società, per un totale di 14.383 italiani che nel corso del 2015 hanno prestato, per un periodo di tempo inferiore ai 90 giorni anno, lavoro in Svizzera nel Canton Ticino. Questi lavoratori, imprenditori e loro dipendenti, sono per lo più di provenienza lombarda e piemontese, in particolare delle province di Varese, Como, Verbano Cusio Ossola, che, per il ruolo che giocano a supporto dell’economia cantonale, quale importante forma di collaborazione per lo sviluppo di alcuni comparti economici (in primis quelli legati alla filiera dell’abitare), sono sempre stati al centro del dibattito in Canton Ticino in quanto ingiustamente accusati di sottrare opportunità di lavoro alle imprese locali;

le richiamate gravi prese di posizione nei confronti dei cittadini italiani lavoratori frontalieri in Svizzera sono diventate pressoché quotidiane, creando una forte tensione nei rapporti con la Confederazione elvetica, per evitare la quale si ritiene indispensabile che quest’ultima in maniera esplicita smentisca formalmente con propri atti alcune iniziative condotte dalle autorità cantonali ticinesi a scapito dei principi della libera circolazione delle persone;

mentre tutto ciò si è andato realizzando, in data 22 dicembre 2015 l’Italia e la Svizzera hanno parafato un accordo sull’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri, unitamene ad un protocollo che modifica le relative disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni , al fine di concretizzare uno dei principali impegni assunti dai due Stati nella “road map” firmata nel febbraio 2015 in occasione dei procedimenti connessi con l’approvazione della “voluntary disclosure”. Il nuovo accordo, chiamato a sostituire quello del 1974, allo stato non risulta essere stato ancora firmato da parte di entrambi i governi né tantomeno approvato da parte dei rispettivi Parlamenti, e i governi hanno annunciato che il testo sarà reso disponibile e pubblico al momento della firma;

secondo quanto reso pubblico con un comunicato congiunto del Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana e dalla Segreteria di Stato per le Questioni Finanziarie Internazionali della Confederazione Elvetica, l’ accordo comprende i seguenti principali elementi:

  • si fonda sul principio di reciprocità;
  • fornisce una definizione di aree di frontiera che, per quanto riguarda la Svizzera, sono i Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese e, nel caso dell’Italia, le Regioni Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Bolzano;
  • fornisce una definizione di lavoratori frontalieri al fine dell’applicazione dell’accordo e include i lavoratori frontalieri che vivono nei comuni i cui territori ricadono, per intero o parzialmente, in una fascia di 20 chilometri dal confine e che, in via di principio, ritornano quotidianamente nel proprio Stato di residenza;
  • per quanto riguarda l’imposizione, lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa imporrà  sul reddito da lavoro dipendente al 70 per cento al massimo dell’imposta risultante dall’applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche. Lo Stato di residenza applicherà le proprie imposte sui redditi delle persone fisiche ed eliminerà la doppia imposizione;
  • viene effettuato uno scambio di informazioni in formato elettronico relativo ai redditi da lavoro dipendente dei lavoratori frontalieri;
  • l’accordo sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni;

il comparto del frontalierato risulta essere interessato, sul fronte interno, da un provvedimento relativo ad una controversa interpretazione normativa relativa al paventato rischio di pagamento da parte dei lavoratori frontalieri dell’assistenza sanitaria italiana, a seguito dell’emanazione di una Circolare del Ministero della Salute che, richiamando un accordo Stato-Regioni in data 20 dicembre 2012, lascerebbe supporre che per i lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera  possa essere prevista l’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale, mediante il pagamento alla ASL di residenza di un contributo fissato dal decreto ministeriale 8.10.1986 e s.m.i., circostanza che sta aprendo numerosi dubbi e interrogativi circa la fondatezza giuridico-costituzionale del provvedimento a causa della sua onerosità, della lesione del principio di universalità sul quale si fonda il SSN e sulla circostanza che si renderebbe impossibile una pratica uniforme del provvedimento in assenza da parte dell’Italia dell’elenco anagrafico dei frontalieri;

l’intera questione relativa allo stato delle relazioni tra Italia e Svizzera debba  essere colta dal Governo nella sua globalità e complessità, e che le determinazioni da assumersi in merito non possano essere astratte rispetto al quadro complessivo delle situazioni in campo, ivi compresa la necessaria corrispondenza di risposte ufficiali da parte delle competenti istituzioni elvetiche in termini di positiva cooperazione e di effettiva disponibilità

IMPEGNA IL GOVERNO

   a richiedere un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto con gli accordi di libera circolazione delle persone;

 a subordinare l’entrata in vigore dell’accordo tra Italia e Svizzera in materia fiscale fino alla formulazione, da parte delle competenti autorità federali e cantonali svizzere, di specifiche assicurazioni formali tendenti ad escludere la validità e l’applicazione di qualsivoglia iniziativa discriminatoria e lesiva dell’accordo di libera circolazione delle persone intercorrente tra Unione europea e Confederazione elvetica nei confronti di cittadini italiani occupati o occupabili in Svizzera e di aziende italiane potenzialmente interessate al mercato elvetico, nonché alla rimozione di ogni forma di discriminazione sin qui messa in campo, ivi compresa l’individuazione da parte della Svizzera di una soluzione euro-compatibile di adeguamento della propria legislazione al risultato del voto popolare sull’iniziativa del 9 febbraio 2014;

  a fare in modo che in ogni caso  modalità e  tempistiche relative all’armonizzazione fiscale tra cittadini italiani frontalieri compresi entro la fascia dei 20 km e cittadini italiani frontalieri fuori fascia facciano parte della legge di ratifica, e in ogni caso di leggi e provvedimenti della Repubblica Italiana;

  ad operare affinchè in tale contesto venga prevista l’introduzione della franchigia per i lavoratori frontalieri prevista dalla legge stabilità 2015 in termini di permanente agevolazione Irpef anche ai lavoratori frontalieri presenti all’interno della fascia di 20 km dal confine italo-elvetico;

  a garantire che nel nuovo quadro giuridico si provveda ad assicurare ai Comuni di frontiera l’erogazione dell’equivalente dell’attuale ristorno delle imposte versate dai lavoratori frontalieri secondo l’accordo del 1974, mediante specifica disposizione legislativa italiana che commisuri  la ripartizione fiscale spettante ai Comuni di frontiera alla dinamica del monte salari complessivamente prodotto dal comparto transfrontaliero avendo come montante minimo di partenza il valore complessivo dei ristorni fiscali generato nell’ultimo anno fiscale di vigenza dell’accordo Italia-Svizzera del 1974;

  ad avviare, in conformità a specifiche mozioni già adottate dal Parlamento italiano, il percorso finalizzato alla realizzazione dello «statuto del frontaliere» come parte integrante e sostanziale del processo di ratifica del futuro accordo tra Italia e Svizzera;

  ad adoperarsi per un costante coinvolgimento delle istituzioni locali interessate (Regioni Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, Provincia Autonoma di Bolzano, Province di Sondrio e del Verbano Cusio Ossola, in considerazione anche delle loro nuove competenze in materia di cooperazione frontaliera a seguito della legge 56 del 2014,  Province di  Como, Lecco e Varese) e dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori frontalieri;

ad analizzare  la legittimità dei provvedimenti legislativi e regolamentari assunti dal Canton Ticino richiamati nelle premesse del presente atto, e di intervenire -qualora siano in contrasto con le Direttive e gli Accordi europei -presso le sedi opportune per far modificare quanto disposto unilateralmente;

 ad intervenire sospendendo ogni iniziativa tendente ad introdurre un’impropria modalità di pagamento da parte  di lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera per l’iscrizione volontaria al Servizio Sanitario Nazionale;

 a prevedere che le  prestazioni corrisposte ai lavoratori frontalieri dalla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l’ invalidità Svizzera (LPP) ,in qualunque forma erogate, ivi comprese le prestazioni erogate dai diversi enti o istituti svizzeri di prepensionamento, vengano assoggettate ,ai fini delle imposte dirette a una tassazione forfettaria in analogia alla normativa sulla collaborazione volontaria

Riformulazione atto (1-00952) «Borghi, Braga, Marantelli, Tentori, Guerra, Fragomeli, Senaldi, Gadda, Baruffi, Realacci, Tacconi, Rossi Paolo».

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Frontalieri, mozione urgente

All’indomani del referendum che ha chiuso di fatto le porte in faccia ai frontalieri lombardi, Maroni si era detto assolutamente tranquillo e aveva rassicurato i lavoratori di confine che nulla poteva accadere loro. Invece, laConfederazione va avanti con i suoi provvedimenti e il Canton Ticino è forse più accanito di prima e prosegue con le iniziative antilombarde, vedasi la recente approvazione da parte del Consiglio federale svizzero del piano per l’attuazione del nuovo articolo costituzionale sull’immigrazione.

Anche se i contingenti scatteranno solo dal 2017, già molti nostri lavoratori, soprattutto quelli che espletano la propria professione in Ticino con le notifiche, si stanno trovando in serie difficoltà. Per Maroni non c’era nulla di che preoccuparsi, ma a distanza di pochi mesi i risultati già si vedono e il clima è decisamente cambiato. Basta guardare lo spot televisivo che invita i consumatori svizzeri a non rivolgersi a imprese italiane. Vista l’estrema delicatezza del tema, come Partito Democratico, chiediamo che il Consiglio Regionale affronti immeditamente il problema. Per questo abbiamo oggi presentato una mozione urgente.

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Maroni su Expo non faccia propaganda

L’intervista rilasciata a Repubblica su Expo e Regione Lombardia

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I danni della Lega

In queste ora stiamo lavorando per rimediare al danno della Lega che, grazie a un ostinato e incomprensibile ostruzionismo in Parlamento, ha fatto saltare uno stanziamento per Expo di 25 milioni di euro.

Il Pd lombardo si occupa di Milano e della Lombardia. Di Roma si occupano i romani e i parlamentari. Contrariamente a Salvini che si occupa solo di campagna elettorale. Le garanzie perche’ vengano rimessi i fondi per l’esposizione le stanno dando gli esponenti del Pd: la Lega ha perso un’altra occasione, anche per tacere.
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Gioco d’azzardo, la Lombardia ha la sua legge

no slotIl Consiglio Regionale ha approvato oggi all’unanimità la legge sul contrasto, la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico. Voglio ringraziare le associazioni, gli amministratori comunali, gli operatori socio-sanitari che hanno collaborato alla stesura del progetto di legge. Come capogruppo PD esprimo tutta la mia soddisfazione per una legge che abbiamo fortemente voluto. Per primi nel 2012 avevamo presentato il disegno di legge dal quale è partita questa iniziativa politica. Oggi la Lombardia si dota quindi di uno strumento legislativo che non dovrà però rimanere solo un “manifesto” ma dovrà essere il concreto punto di partenza per vincere la piaga del gioco d’azzardo.

La Lombardia è la regione italiana con il maggior numero di giocatori d’azzardo patologico. Il sistema normativo attuale non appare sufficiente a governare una situazione che sta peggiorando anche a causa della crisi. La legge regionale approvata oggi ci fa fare passi avanti nella lotta alle ludopatie, anche se questo non è ancora sufficiente. E’ necessario dunque, per far fronte all’emergenza sociale, lavorare parallelamente a quanto viene fatto in Parlamento: le ludopatie sono entrate dal 2012, con il decreto Balduzzi, nei livelli essenziali di assistenza, come le altre dipendenze.

Su iniziativa Pd è stato poi approvato un ordine del giorno condiviso che impegna la Giunta a destinare l’eventuale saldo positivo del bilancio dell’andamento delle maggiori entrate e dei minori introiti IRAP legati alla disinstallazione e istallazione degli apparecchi da gioco, alle attività di prevenzione, contrasto e trattamento della dipendenza dal gioco d’azzardo patologico.

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Elcon: una buona notizia per il territorio

sopralluogoOggi la Commissione Via (Valutazione di impatto ambientale) di Regione Lombardia ha completato il suo esame con un parere sfavorevole in ordine alla compatibilità ambientale del progetto di impianto di trattamento di rifiuti proposto dalla società Elcon Italy s.r.l. nel Comune di Castellanza. Una buona notizia per il nostro territorio. Come primo firmatario della mozione consiliare contro l’insediamento Elcon, non posso che esprimere soddisfazione per la positiva conclusione dell’intera vicenda. Come PD abbiamo fatto la nostra parte sia in Commissione sia in Aula affinchè venissero ascoltate le voci dei cittadini, delle istituzioni e delle associazioni del territorio. La relazione dei tecnici approvata oggi ci ha dato ragione.

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Arcisate-Stabio agonia senza fine

E’ arrivata oggi la notizia che la ditta Salini ha proceduto a chiudere il cantiere dell’Arcisate Stabio. Si tratta di una pessima notizia. Quando in primavera il PD chiese alla Regione di entrare in campo ci diedero degli allarmisti. Ora è chiaro che l’assessore Del Tenno ci ha raccontato solo delle grandi storie, visto che ancora tre giorni fa ci rassicurava sul riavvio dei lavori. O ci ha preso in giro o le cose accadono senza che se ne accorga.

La chiusura del cantiere, con il rischio che da lunedì arrivino le lettere di licenziamento dei lavoratori che già oggi sono in cassa integrazione a zero ore, è purtroppo l’esito di una situazione gestita male. Maroni si muova immediatamente in prima persona per scongiurare il licenziamento dei lavoratori e soprattutto per creare le condizioni per il completamento dell’opera. I cittadini di Arcisate, di Induno Olona e di tutta la Valceresio hanno già sopportato troppi disagi e disservizi. Occorre evitare che il territorio rimanga sfregiato e diviso in due fino a non si sa quando. Da parte nostra ci sarà leale collaborazione, anche attivandoci presso il Governo.stabio3_18962

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Cento giorni

Ieri la Cisl Lombardia ha commentato duramente i primi tre mesi della nuovo governo lombardo.

Abbiamo sentito tante dichiarazioni d’intenti: sul lavoro, sull’anticipo della cassa, sugli incentivi per le assunzioni, sui giovani, su interventi sull’Irap per chi assume, sul rilancio dell’apprendistato, sulle iniziative per tenere qui le nostre aziende e sull’attrattività degli investimenti, su un fondo per la famiglia e le fragilità, sui fabbisogni abitativi. Ma ad oggi non possiamo che tracciare un bilancio fallimentare, su tutti i fronti”, ha dichiarato il segretario  generale Petteni.

La Cisl ha ragione, i primi cento giorni della giunta Maroni non hanno dato le risposte che la crisi economica richiede. C’è stata, è vero, una buona decisione sull’anticipo della cassa in deroga, peraltro su indicazione unanime delle forze politiche, ma sull’accompagnamento degli imprenditori e delle aziende in questa fase difficile non abbiamo visto grandi novità rispetto al passato. Le emergenze sono l’accesso al credito, l’armonizzazione degli strumenti per sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione e il sostegno dell’occupazione giovanile. Per fare questo occorre superare la logica dei contributi a pioggia senza verifica dei risultati, come ha ben riassunto Petteni parlando di “mancette”.

Proprio sull’attività del nuovo governo regionale mi confronterò questa sera alle 19.00, a Varese presso Ville Ponti, all’Assemblea annuale della Compagnia delle Opere, insieme al Presidente della Giunta di Regione Lombardia Roberto Maroni e il Presidente del Consiglio Regionale Raffaele Cattaneo.

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Moratoria centri commerciali

E’ stata approvata oggi all’unanimità la proposta di legge sulla moratoria di 6 mesi all’autorizzazione di nuovi centri commerciali in Lombardia (fatto salvo quelle opere e quegli interventi previsti in accordi di programma promossi da Regione Lombardia che siano funzionali alla realizzazione di Expo 2015).

E’ senza dubbio una vittoria per il Pd. La moratoria è stata resa effettiva solo grazie al lavoro dell’opposizione che è riuscita, attraverso il voto segreto, a bloccare i tentativi di vanificare gli effetti della moratoria stessa,impedendo l’approvazione della deroga agli ampliamenti e alle strutture che avevano già iniziato iter di approvazione. Con il voto di oggi speriamo che possa iniziare effettivamente un percorso nuovo e che la maggioranza abbandoni la retorica piena di contraddizioni che ha fatto sì che Lega e Pdl abbiano, in questi anni, autorizzato lo sviluppo selvaggio della grande distribuzione sul territorio lombardo.
Come Pd abbiamo inoltre fatto approvare un ordine del giorno affinché la programmazione commerciale regionale possa, d’ora in avanti, essere fatta tenendo conto anche degli effetti sovra comunali di area vasta, del consumo di suolo per i comuni coinvolti, del potenziale sfruttamento delle aree dismesse, degli effetti che le grandi strutture di vendita generano sui centri naturali del commercio e più in generale sui centri storici e sugli equilibri socioeconomici locali. L’ordine del giorno invita la Giunta, entro i termini della moratoria (6 mesi), a estendere il confronto a tutti i comuni interessati dall’insediamento di una nuova struttura e a prevedere nuovi strumenti di perequazione territoriali volti a riequilibrare, tra i comuni coinvolti, gli effetti indotti dalle grandi strutture.
Negli ultimi 6 mesi in Lombardia sono stati autorizzati oltre 300 metri quadri al giorno di nuovi centri commerciali, supermercati, ipermercati, outlet.
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