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Bandiera ideologica

Oggi in Commissione affari istituzionali erano all’ordine del giorno la nuova bandiera e la festa della Lombardia. La discussione dei due progetti di legge presentati dalla Lega Nordsi è fermata però prima di iniziare. Come Partito Democratico, insieme al Patti Civico, abbiamo dichiarato che nonavremmo partecipato ai lavori non ritenendo il tema prioritario per la nostra Regione. La maggioranza ha dunque deciso di non entrare nel merito e di costituire un gruppo di lavoro (al quale non parteciperemo) per provare a trovare una proposta condivisa, anche perché sulla bandiera scelta dalla Lega, la croce rossa in campo bianco, e sulla data della festa della Regione, il 29 maggio, ricorrenza della battaglia di Legnano, nella stessa maggioranza sono state evidenziate differenze di vedute.

Con il nostro gesto abbiamo ottenuto un primo risultato: fermare la discussione di progetti di legge che nessun cittadino lombardo ritiene essere delle priorità. La bandiera e la festa sono previsti dallo Statuto così come molti altri istituti che sono ben più rilevanti per il funzionamento dell’istituzione regionale. È chiaro l’impianto ideologico e strumentale della Lega, e dunque il PD non parteciperà al gruppo di lavoro, dato che non è stata accolta la nostra proposta di dargli come scopo la ricognizione di tutte le parti inapplicate dello Statuto. La Regione, inoltre, è già ben identificata dalla rosa camuna bianca in campo verde, e in questo momento di ristrettezze di bilancio non si vede proprio l’opportunità di spendere risorse per dotare tutti gli uffici pubblici di un nuovo vessillo regionale.

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Insieme in Lombardia: terza tappa

Cadrezzate, Mercallo, Osmate e Ternate sono stati i paesi toccati nella terza tappa del giro dei 141 comuni della nostra provincia che stiamo portando avanti. (Tappa1 - Tappa 2).
Prima le nebbia e nel pomeriggio la neve ci hanno accompagnato in questi incontri che hanno visto i temi dei piani di zona e dell’assistenza socio-sanitaria al centro dei confronti con gli amministratori.

 

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A Osmate siamo stati in uno dei sette negozi polifunzionali della provincia di Varese, promossi dalla Camera di Commercio, Uniascom, Confesercenti, Regione e Provincia. Una valida iniziativa volta alla creazione di negozi “multi-servizi” al fine di contribuire alla conservazione del tessuto di piccole imprese commerciali diffuse sul territorio e di dare supporto alla rinascita dei piccoli centri della provincia.

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Insieme in Lombardia: prima tappa

Dumenza, poi Curiglia con Monteviasco, Agra, Veddasca, Pino Lago Maggiore, Tronzano Lago Maggiore e Maccagno. Il viaggio nei 141 comuni della nostra provincia è iniziato.
Tanti i temi toccati con gli amministratori che abbiamo incontrato, a partire da quelli più delicati per i piccoli enti locali: problemi dei comuni montani, la gestione associata dei servizi e l’opportunità delle fusioni, il ciclo delle acque e gli investimenti infrastrutturali. Ma c’è anche il tema della popolazione residente che diminuisce, i piccoli negozi che resistono ma con difficoltà, i servizi scolastici da gestire.

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Tutto questo in un territorio bellissimo illuminato da una splendida giornata di sole. I piccoli comuni montani ci ricordano ancora una volta le bellezze paesaggistiche della nostra provincia e le loro potenzialità, ma non basta. Da noi, soprattutto in questo momento di crisi, arriva l’impegno a sostenere queste comunità indispensabili per la coesione sociale e la difesa del territorio in un nuovo sistema di governance del sistema montano. L’obiettivo deve essere quello di ottimizzare la spesa e garantire migliori servizi.

Domani, sabato 12 gennaio, il viaggio continua a Porto Ceresio, Cantello, Viggiù, Saltrio, Clivio e Besano.

 

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La cultura dell’impunità

Chiunque ami il calcio, e lo sport in generale, ha assistito con incredulità ed amarezza allo spettacolo andato in scena ieri allo stadio di Genova. Purtroppo quello che è successo a Marassi è l’ennesima dimostrazione di come lo sport più amato dagli italiani sia sempre più ostaggio di piazzisti, faccendieri e pseudo-ultras.

La foto che pubblico è il manifesto del risultato di anni di immunità per i violenti negli stadi, le famiglie scappano e loro spadroneggiano.
Ho perso il conto dei “mai più”, dei “provvedimenti esemplari” o delle “tolleranza zero” annunciati da Presidenti, dirigenti, Prefetti e Ministri dopo ogni tragedia. Un mantra auto-assolutorio, declinato anche ieri, da risultare ormai quasi offensivo.
“In Italia manca la cultura della sconfitta” tuonavano i grandi esperti nelle trasmissioni di ieri. Non so se manchi o no questa cultura, la sensazione è che in questo calcio regni invece la cultura dell’impunità. A tutti i livelli.
Come è possibile che in Italia nel 2012 un manipolo di delinquenti si senta autorizzato a interrompere un evento sportivo nazionale davanti a migliaia di spettatori allo stadio e in tv? Come è possibile che i giocatori minacciati si sfilino le maglie cedendo al ricatto di questi violenti? Come è possibile la tiepida e molle reazione delle forze di sicurezza e della società?
L’amarezza poi è diventata indignazione quando il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, si è posto come pavido paladino del calcio pulito, sfidando indignato gli ultras. Forse Preziosi si dimentica che in un calcio davvero sano e rigoroso lui non potrebbe metterci più piede. Nel 2000 abbandonò il Saronno, nel 2003 fu protagonista del fallimento del Como, vicenda che gli costerà una condanna di 23 mesi di reclusione (pena poi indultata) per il reato di bancarotta fraudolenta, nel 2005 il tentativo di comprare la partita Genoa-Venezia costò la retrocessione in C1 della squadra ligure e a Preziosi una condanna a 4 mesi di reclusione per il reato di frode sportiva. Nonostante tutto questo continua a presiedere, come se niente fosse, una delle più gloriose società sportive italiane.
Per uscire fuori dal pantano in cui si è infilato il pallone nostrano è necessaria quanto prima una classe dirigente sportiva all’altezza. 
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Il peso internazionale dell’Italia

E’ di pochi giorni fa la notizia dellarinuncia di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza del Comitato promotore per l’organizzazione delle Olimpiadi a Roma nel 2020. L’incarico è poi stato affidato a Mario Pescante, uomo di sport ma sopratutto uomo di fiducia di Berlusconi. Nel 2020 Pescante avrà la non più verde età di 83 anni. Non proprio un segnale di ottimismo.

La cattiva stella sotto la quale nasce la candidatura di Roma 2020 si inserisce però nel lungo filone degli insuccessi italiani nell’organizzazione di grandi eventi.

Ormai giochi olimpici, mondiali di calcio ed esposizioni universali vanno ben oltre la dimensione e la durata dell’evento, sono infatti occasioni di crescita, soprattutto economica, per i paesi che le ospitano. Durissima è la competizione per l’assegnazione (a volte anche caratterizzata da fenomeni di corruzione); di solito vengono premiati la capacità organizzativa, le solide base economiche e il peso politico internazionale del paese.

Studiare la geo-politica di queste assegnazioni è un interessante metro, abbastanza oggettivo, per valutare i rapporti di forza internazionali.

L’Italia purtroppo, a differenza di quello che continua a sostenere il nostro premier, sta pagando caramente il suo scarso peso in politica estera. Non è un caso se gli ultimi due eventi di portata internazionale che l’Italia è riuscita ad aggiudicarsi sono stati le Olimpiadi invernali di Torino nel 2006 (ottenute nel 1999 con l’aiuto del governo di centrosinistra) e l’EXPO di Milano che si terrà nel 2015 (assegnato nel 2008 grazie anche al contributo del governo di Romano Prodi).

Durante le presidenze berlusconiane abbiamo invece collezionato solo cocenti sconfitte.

Anche da questi dati emerge l’assoluta inadeguatezza del governo Berlusconi, soprattutto in politica estera.

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