Apa-Aral: commissariamento senza ascoltare gli allevatori

Si è tenuta in VIII Commissione Agricoltura del Consiglio regionale l’audizione con il presidente di Aral Lombardia e i tre commissari delle Apa, tra cui quella di Cremona. Il tema è, appunto, il commissariamento delle associazioni provinciali allevatori.

Per molti anni ci sono state 9 Apa in Lombardia, praticamente quasi una per provincia. Dopo di che, recentemente, è stata decisa una prima razionalizzazione che ha portato le associazioni allevatoriali a 5, scelta ancora comprensibile. Si era ipotizzato anche di ridurle ulteriormente a 3: una per la montagna, una per la pedemontana e una per la Pianura Padana. Anche questa strada poteva trovarci d’accordo in quanto, comunque, pur razionalizzando, manteneva una omogeneità territoriale.

Ora si intende arrivare a una sola Apa per tutta la Regione che, oltre tutto, in qualche modo andrà a sovrapporsi all’Aral, l’associazione regionale, che però ha compiti e servizi diversi. Anzi, nell’audizione il presidente di Aral ha annunciato che, dopo aver già inglobato 55 dipendenti dell’Aalo, l’Associazione allevatori Lombardia Ovest, passando da 41 a 96, sono pronti ad assorbire tutti i dipendenti delle vecchie Apa. E questa operazione viene definita alternativamente razionalizzazione o regionalizzazione. Ma un unico soggetto a livello lombardo a occuparsi di servizi diversi per un territorio difforme e complicato come quello che va da Sermide a Sondrio, mi sembra un errore macroscopico.

È stata l’Aia, l’Associazione italiana allevatori, da Roma, a decidere come dovevano essere razionalizzate le associazioni territoriali lombarde. Una sorta di imposizione dall’alto che se in regioni come la Calabria, portataci a esempio in audizione, può ancora funzionare, in Lombardia, dove deteniamo il 40% del prodotto agricolo nazionale, è una ‘riforma’ completamente inadatta e fuori luogo. Quindi, anziché commissariare era meglio aprire un confronto con tutti i soggetti interessati. E non solo quelli istituzionali: non si può arrivare a un processo di questo tipo senza aver ascoltato gli allevatori.

Grande assente e in qualche modo colpevole della situazione che si è venuta a creare la Regione, ma in primis l’assessorato all’Agricoltura. E anche Maroni, che si è fatto paladino di questa maggiore richiesta di autonomia, alla fine non ha detto una parola e ha permesso all’Aia, la struttura centrale romana, di decidere per la Lombardia.

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