Archivi del mese: gennaio 2016

Maroni vuole il cantone della Val Padana

Maroni ha deciso, gli Ster, le Sedi Territoriali della Regione, verranno chiusi e al loro posto si istituiranno otto Uffici Territoriali Regionali sostanzialmente coincidenti con le nuove ATS (fa eccezione il territorio montano), le agenzie di tutela della salute che hanno sostituito, aggregandole, le vecchie Asl. Si tratta di una decisione assunta in via sperimentale contenuta nel Primo provvedimento organizzativo del 2016, approvato ieri dalla Giunta regionale. La riorganizzazione è fatta in vista del completo superamento delle Province che avverrà con l’approvazione della Riforma della Costituzione. L’assetto prefigurato nella delibera ricalca la proposta avanzata la scorsa settimana da Maroni di istituire in Lombardia otto cantni.
Saranno quindi cancellati gli Ster di Cremona e Mantova anche se non è chiaro in quale delle due città avrà sede il nuovo UTR della Val Padana. Se fosse seguito lo stesso criterio delle ATS sarà a Mantova.

A Maroni il parere del territorio non potrebbe interessare di meno. Pochi giorni fa, lanciando l’idea degli otto cantoni, aveva assicurato che avrebbe sentito anche le autonomie locali e i vari portatori di interesse, come noi gli abbiamo chiesto con forza, perché nella costruzione delle nuove aree vaste è necessario ragionare con criteri di omogeneità e funzionalità. Peraltro oggi c’è una grande confusione, con territori diversi per settori diversi: ci sono ancora le vecchie province, ci sono le ATS con altri confini, le agenzie della mobilità con altri confini ancora, poi ci sono le Aler e infine i collegi elettorali della Camera. Era davvero necessaria questa fuga in avanti? Secondo noi no e credo che bisognerà chiedere a Maroni e alla sua giunta di fermarsi. Anzi, di fare un passo indietro.

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Inceneritore: la maggioranza che governa la Regione è per lo smantellamento

Vorrei porre fine a questo infinito scambio di battute con il collega consigliere Malvezzi, ma posso farlo solo sottolineando che non sono io a dovermi mettere d’accordo con il Pd, ma lui con la sua maggioranza.

L’assessore regionale all’Ambiente Terzi approfitta di ogni occasione per ribadire che è per la chiusura degli inceneritori e lo ha ribadito anche nell’incontro che si è appena tenuto a Cremona sul tema dello spreco alimentare, che per lei è diventato, evidentemente, occasione per dare contro a una decisione del Governo nazionale. Ma è in buona compagnia dentro la Giunta di cui anche Ncd fa parte: voglio ricordare che in queste ore, a conclusione della conferenza delle regioni, l’assessore regionale al Bilancio Garavaglia ha dichiarato che sul decreto termovalorizzatori la regione Lombardia mantiene una posizione negativa, addirittura presentando un ricorso, perché stanno smantellando gli inceneritori.

Insomma, non si può essere più chiari. Che poi Malvezzi ne faccia una questione di date o di lettura di documenti, poco importa: la maggioranza di cui fa parte non vuole l’inceneritore. Punto.

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Urge la codifica delle lobby che rappresentano interessi legittimi

Il Pd ha presentato oggi alla stampa il progetto di legge per regolamentare l’attività di lobbying nei confronti della Regione, depositato il 7 dicembre 2015 e assegnato alla II Commissione Affari Istituzionali.

Il contatto tra decisori e portatori d’interesse deve essere codificato e trasparente, per questo occorre mettere mano a un tema come quello del lobbismo che, nel tempo, ha acquisito sempre più importanza. Riteniamo perciò indispensabile che anche la Lombardia, come altre regioni hanno già fatto, si doti al più presto di un provvedimento che si occupa della rappresentanza degli interessi legittimi.
In Italia, al momento, sono 3 le Regioni che si sono date una legge per codificare l’attività di lobbismo: Toscana, Molise e Abruzzo.

La legge poggia su due pilastri fondamentali: la trasparenza e la partecipazione; la finalità è quella dell’emersione di tutti gli interessi coinvolti nel processo di decision making. Le lobby diventano, in quest’ottica, soggetti legittimati a far parte del processo legislativo e decisionale che poi il legislatore deve condurre a sintesi nel principio dell’interesse generale.

Il progetto di legge, di 11 articoli, prevede, tra l’altro, l’istituzione di 2 registri, uno per la Giunta e uno per il Consiglio regionale per l’iscrizione dei legittimi portatori d’interesse; i criteri di selezione per l’iscrizione e le sanzioni per chi trasgredisce.

Sono consigliere da 5 anni e ho seguito in questo periodo molte audizioni nelle quali però i soggetti coinvolti sono sempre gli stessi, non più di 30 o 40 realtà. Oggi questi soggetti vengono scelti in modo discrezionale. Noi vogliamo non solo dare trasparenza ma anche dare un’opportunità a tante realtà minori e territoriali che altrimenti restano escluse. E’ importante che ora la proposta Pd venga messa al più presto all’ordine del giorno e proceda su un binario rapido e sicuro.

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Regione Lombardia convoca il tavolo sulle riserve idriche solo in situazioni di emergenza

Siamo soddisfatti che sia stata finalmente recepita dalla Giunta lombarda la richiesta di riattivare il tavolo istituito con il Patto per l’Acqua, ma in 8 anni non si può convocarlo solo quando c’è piena emergenza, quando ambiente e agricoltura stanno soffrendo perché non piove, non nevica e la siccità ha raggiunto livelli preoccupanti. Dovrebbe essere un tavolo permanente per l’importanza che l’acqua ricopre per questi settori. Più volte abbiamo sollecitato, come Gruppo del Pd, questa convocazione e la necessità di un luogo permanente dove confrontarsi, anche considerato il fatto che, come è noto a tutti, i cambiamenti climatici stanno modificando i nostri ecosistemi. La richiesta era contenuta anche nella risoluzione approvata dal Consiglio regionale lo scorso 10 dicembre in relazione al Piano di Tutela delle Acque. In particolare quel documento impegnava la Giunta a riattivare il Patto per l’Acqua, progetto avviato da Regione Lombardia nel 2007, al fine di garantire, grazie al coinvolgimento e alla partecipazione ai tavoli di tutti gli stakeholders, l’uso sostenibile della risorsa, la prevenzione di situazioni di emergenza causate da carenza o abbondanza d’acqua, una efficace gestione del deflusso minimo vitale e il risparmio idrico.

E’ notevole come ancora una volta si intervenga in ritardo, dopo una crisi idrica che già nel 2015 aveva messo in ginocchio molte imprese agricole. La discussione sulle sperimentazioni del deflusso minimo vitale, sostenuto da forti investimenti a livello territoriale, e la pianificazione di strategie condivise prima del periodo estivo, avrebbe potuto accompagnare con contributi fattivi la stesura degli atti di indirizzo per il Piano.

Auspico che d’ora in avanti il tavolo, che ora verrà riconvocato il 24 febbraio, possa svolgere la sua funzione in modo permanente e non sia chiamato a ricoprire il suo ruolo solo in condizioni di emergenza, affinché possa lavorare in modo proficuo, e non estemporaneo, a obiettivi di medio e lungo termine.

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Inceneritore: l’assessore Terzi smentisce Malvezzi

Non c’è alcun dubbio: quanto ha detto l’assessore regionale all’ambiente, Terzi, a proposito dell’inceneritore di Cremona è una smentita bella e buona della Terzi rispetto alle affermazioni di Malvezzi.

Rispondendo agli ambientalisti cremonesi, di fatto l’assessore conferma le nostre ipotesi, in primis la dismissione. Infatti, tra l’altro, si parla di chiusura dell’inceneritore di San Rocco addirittura entro il dicembre 2017, con due possibili opzioni: solo dismissione dell’inceneritore, oppure chiusura dell’inceneritore con la costruzione di un nuovo impianto di tecnologia a freddo alternativo all’incenerimento.

A questo punto è evidente che al consigliere Malvezzi non è chiaro il significato del termine decommissioning. Ma glielo ha spiegato direttamente la Giunta della maggioranza di cui fa parte.

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Inceneritore di Cremona: Malvezzi non capisce la differenza tra smantellamento e ristrutturazione

Sugli inceneritori Regione Lombardia va verso lo smantellamento e non la ristrutturazione: forse è questo che non è chiaro al consigliere Malvezzi.
Nemmeno io conosco l’inglese, ma basta un vocabolario per sapere la traduzione italiana del termine decommissioning che significa smantellamento, dismissione, e che era l’oggetto specifico del protocollo sottoscritto due anni fa tra Regione, Comune e Provincia.

E i motivi che sostengono la tesi della dismissione sono sempre ben chiari: in Lombardia ce ne sono già troppi, alcuni addirittura in surplus perché devono recuperare materiale dalle altre province per poter funzionare. Bisogna, dunque, spingere sulla raccolta differenziata e sui nuovi impianti innovativi a valle di essa, a beneficio di tutto il territorio provinciale. Lo pensa la Giunta e lo pensa il Consiglio regionale lombardo che, nel dicembre 2013, ha approvato una risoluzione, all’unanimità, in questo senso. Inoltre, il Piano Regionale Gestione Rifiuti (Prgr), approvato il 20 giugno 2014 dalla Giunta regionale di centrodestra, dice espressamente basta a nuovi impianti termovalorizzatori e noi siamo d’accordo.

Quindi, non è certo un tavolo di tecnici che deve decidere del futuro dell’impianto di incenerimento di Cremona, ma spettava a questo organismo indicare le modalità e i costi della fuoriuscita da un percorso che secondo l’Europa, il Consiglio regionale e i piani aziendali di Lgh non ha alternative.
E la chiusura è cosa certa e nota: Lgh ha confermato a chiare lettere di non essere minimamente interessata agli scenari 9 e 10, quelli che piacciono tanto a Malvezzi e che parlano di nuovo impianto e di revamping, ovvero di ristrutturazione con aumento di capacità. Non ve ne è traccia nei piani industriali e non mi risulta che A2A nelle linee vincolanti possa distaccarsi dai piani previsti da Lgh. Allora, perché continuare in polemiche assurde mistificando la realtà dei fatti?

Sono convinto che ora gli enti proprietari dell’impianto, ovvero i Comuni, che rappresentano i cittadini, avranno il compito di lavorare per la riconversione produttiva andando verso la cosiddetta ‘economia circolare’, in modo che si affronti con la giusta consapevolezza dell’esistenza di altri rami della filiera dei rifiuti, attrezzandosi per operare nella valorizzazione delle frazioni provenienti da raccolte differenziate, anche alla luce del salto di qualità del porta a porta a Cremona città e dell’oltre 63% di raccolta differenziata della provincia.
Stesso discorso per la lavorazione del rifiuto residuo che porta a recuperare materiali anche attraverso tecnologie e processi sempre più evoluti e dedicati. Per quanto riguarda, infine, il teleriscaldamento, una volta constatato che con la chiusura non si avranno aumenti consistenti delle tariffe a carico dei cittadini, servirà lo sforzo di individuare fonti innovative per il suo fabbisogno.

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Nutrie: Regione sia più chiara

Ci siamo detti assolutamente in linea con Regione Lombardia sulla necessità di un’azione coesa e comune. Però a questo punto chiediamo una precisazione. Se i 150mila euro che la Giunta dice che sono a disposizione per l’eradicazione delle nutrie sono in più rispetto a quanto già previsto, non possiamo che essere soddisfatti e condividere anche in questo caso la scelta fatta da Regione Lombardia. Ma se si tratta degli stanziamenti 2015 finiti, per un errore contabile, nel bilancio 2016, allora non solo non ci basta, ma ci sembra pure in contraddizione rispetto a quanto la Giunta va dicendo.

Viene annunciato che per la lotta alle nutrie Regione Lombardia mette a disposizione 150mila euro dal proprio bilancio per il Piano Regionale di Contenimento ed Eradicazione, ma non si spiega da dove vengono presi questi soldi. Vorremmo che la Giunta fosse più chiara perché quei soldi, più altri 75mila, approvati in fase di bilancio grazie a un emendamento, mentre noi chiedevamo in realtà 300mila euro in più e ci parevano ancora pochi, sono a bilancio, quindi nessuno deve metterli a disposizione perché lo sono già, come sanno bene anche gli enti locali destinatari.

Sono invece d’accordo con la Giunta rispetto alla proposta di chiedere al Ministero della Salute l’autorizzazione a utilizzare un milione di euro destinati alla lotta al randagismo per combattere una piaga che sta facendo danni importanti a migliaia di coltivatori lombardi e agli argini, aumentando di molto il rischio idrogeologico.

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Mense scolastiche: per maggioranza e m5s non è un momento educativo

Il voto di questa mattina sulle mozioni sulla questione del pagamento delle rette delle mense scolastiche, sollevato in questi giorni dal caso Corsico ha visto la maggioranza che governa Regione Lombardia alleata con i Cinquestelle per disconoscere il servizio di ristorazione scolastica come momento di crescita educativa.
Come Pd abbiamo presentato un’interrogazione a risposta immediata in cui chiedevamo che la Regione ci spiegasse come intende attivarsi per far pagare chi è realmente moroso e tutelare, invece, il diritto alla mensa, che rientra nel più ampio diritto allo studio, di chi non può davvero pagare il servizio.

La risposta non si è fatta attendere: pur riconoscendo che questi diritti esistono e assicurando, per voce dell’assessore all’Istruzione Aprea, che Regione farà la sua parte, Giunta e maggioranza hanno bocciato la mozione del Patto Civico in cui si chiedeva di non discriminare i bambini, soprattutto platealmente, di fronte agli altri compagni, e approvato l’insensata mozione del M5s che suggerisce di lasciare libera scelta a coloro che il pranzo se lo vogliono portare da casa, togliendo di fatto ogni responsabilità all’istituzione pubblica.

E Corsico è solo uno dei tanti casi, ecco perché bisogna trovare una soluzione generale al problema. Il Pd ha anche suggerito di ricorrere a tutti i mezzi possibili per riscuotere il dovuto da quelle famiglie che possono permetterselo, ma non lo hanno fatto. E i sistemi ci sono, come sanno quanti di noi hanno fatto gli amministratori e come dimostra l’operato di molte altre amministrazioni comunali. Ma è inaccettabile il ricatto morale nei confronti dei bambini e delle bambine, soprattutto in un momento in cui esercitano il loro diritto allo studio, dentro il quale c’è anche la refezione scolastica intesa come momento educativo.

I motivi del no alla mozione cinquestelle sono, dunque, chiari: dal nostro punto di vista è un valore garantire a scuola quello che per alcuni bambini è l’unico pasto della giornata. Mentre lasciare una finta libera scelta, che vuol dire solo lavarsi le mani di un problema sociale ben più grave e che coinvolge, loro malgrado, i più piccoli, significa non essere rispettosi dei più fragili.

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